“L’impatto dell’ETS sui porti Italiani”

Luca Brandimarte
GENOVA – Anche nel summit Green Ports&Logistic che si è tenuto con interventi di Mario Sommariva, Manuela Tomassini, Rafael Cosulich e molti altri, è stato sottolineato con forza il tema delle conseguenze che l’ETS rischia di avere sulla portualità italiana. Ecco l’interessante sintesi dell’intervento svolto dall’avvocato Luca Brandimarte, nostro apprezzato collaboratore.
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È un dato di fatto che la “Blue economy” e con essa la portualità siano asset strategici per la crescita economica del Paese anche dal punto di vista degli assetti geopolitici che si stanno delineando. La transizione energetica per il nostro Paese, quindi, soprattutto per l’ambito portuale non è solo un tema di sostenibilità ambientale ma anche di tenuta del sistema portuale italiano verso le portualità extra-europea del Mediterraneo alla luce della Direttiva unionale relativa all’“European Emission Trading Scheme” (EU-ETS)[1] estesa (anche) al trasporto marittimo. In base al sistema ETS, infatti, dal 2024 le compagnie di navigazione dovranno, progressivamente, acquistare e trasferire “certificati EUA o European Union Allowances” per ogni tonnellata di emissioni CO2 e rilasciata nell’atmosfera durante un anno solare.
In questo senso, ad oggi, l’inclusione del trasporto marittimo nel regime ETS – se non adeguatamente mitigato a livello europeo – rischia di incidere negativamente in via principale su tre segmenti di traffico che operano nei nostri porti e quindi sulla competitività dei medesimi scali nazionali. Ci riferiamo in particolare: (i) ai collegamenti con le isole per merci e passeggeri; (ii) alle attività di trasbordo dei contenitori; (iii) alle c.d. “Autostrade del Mare”.
Per quanto riguarda i collegamenti con le isole (ed in particolare per quanto attiene ai collegamenti con le isole maggiori), il costo derivante dall’applicazione dell’ETS risulta non indifferente da sostenere per le compagnie di navigazione tanto da doverlo gioco-forza “ribaltare” sull’utenza o sulle merci trasportate. Infatti, l’elevato prezzo di 1 EUA che oggi è di circa 93 euro/tonnellata è un fattore che fin qui è stato sottovalutato dal Legislatore europeo. Basti pensare che per ogni tonnellata di bunker utilizzato, vengono rilasciate nell’atmosfera poco più di 3 tonnellate di CO2, il che equivale a quasi 300 euro di extra-costo (per un incremento stimato nell’ordine del 20% del costo di trasporto).
Quanto poi ai servizi di “transhipment”, l’estensione del nuovo regime EU-ETS ai soli traffici marittimi con toccate (anche in transito) verso i soli porti europei fa sì che anche le compagnie di navigazione che operano servizi di trasporto oceanico di contenitori sulla direttrice Asia – Europa – continente Americano saranno obbligate, in caso di scalo nei porti di trasbordo europei, ad accedere al regime ETS con costi molti rilevanti (nell’ordine di alcune centinaia di milioni di euro annui). Per contro, le compagnie operanti sulle medesime rotte che scalano però porti di trasbordo situati nel Nord Africa, esclusi dalla Direttiva, non affronteranno alcun costo riferibile al regime ETS e tale scenario – se non adeguatamente mitigato a livello europeo – porterà ad un prevedibile esodo delle linee oggi operate nei porti di trasbordo nazionali, si pensi soprattutto al porto di Gioia Tauro, verso i porti di “transhipment” del nord Africa; circostanza questa che, oltre all’oggettiva impossibilità di mantenere attivi i porti italiani ed europei a prevalenza di “transhipment”, porterà una cospicua perdita di incassi dal regime ETS per l’Unione europea.
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Per ciò che riguarda la parte afferente alle cd. “Autostrade del Mare” (“AdM”), invece, la mancata estensione (seppur momentanea) del regime dei certificati anche al trasporto terrestre di merci, produce un singolare ed ulteriore incremento dei costi con conseguente minore competitività del trasporto marittimo rispetto al trasporto terrestre.
Sotto altro profilo, poi, la Direttiva prevede, tra le altre, che una parte dei proventi derivanti dall’ETS sia destinata agli interventi di de-carbonizzazione delle flotte, ivi inclusi interventi volti a sostenere il rinnovo delle flotte e la produzione di carburanti alternativi meno inquinanti. Circostanza questa che, tuttavia, sarebbe difficilmente applicabile nel nostro Paese in ragione delle restrittive regole che, nel gennaio 2022, la Commissione europea ha disposto con l’attuale disciplina unionale sugli aiuti di stato in materia di clima, energia ed ambiente (c.d. “Climate, Energy and Environment protection state aid guidelines” o CEEAG 2022) che, di fatto, hanno impedito un adeguato ricorso al fondo stanziato dal Governo italiano nell’ambito del PNRR ai fini del rinnovo delle flotte.
Ecco allora che, in questo contesto, il regime dell’ETS – attualmente in discussione nella legge di delegazione europea – rischia di alterare le attuali condizioni di concorrenza creando una situazione di paradosso sotto un duplice profilo. Se da un lato, infatti, l’Unione europea prevede un prelievo forzato a carico dei passeggeri e della merce trasportata sulle navi, dall’altro lato, dispone che una parte rilevante dei fondi prodotti da questo prelievo sia destinata all’interventi tecnologici necessari a far sì che le navi possano consumare carburanti senza emissione inquinante – circostanza questa che le farebbe uscire, medio-tempore, dal perimetro del regime dei certificati di emissione – introducendo, tuttavia, dei criteri talmente vincolanti per i governi nazionali tali da escludere, ai sensi della disciplina vigente in materia di aiuti di Stato, la possibilità che i fondi generati dall’ETS possano essere concretamente utilizzati nella sostituzione dei mezzi navali e/o ai fini dell’implementazione di carburanti navali di transizione (specialmente nel nostro Paese).
Nella sostanza, quindi, la norma sull’ETS così come concepita oggi andrà ad alterare il livello di concorrenza nei trasporti con le isole e nei servizi delle Autostrade del Mare determinando un aumento dei costi del trasporto marittimo mentre per quanto riguarda i traffici di “transhipment”, invece, regalerà un vantaggio competitivo ai porti del Nord Africa rispetto a quelli europei, fra cui Gioia Tauro, con conseguente rischio di de-localizzazione dei traffici.
In conclusione, dunque, sul presupposto che il porto, in quanto infrastruttura essenziale, è il luogo nel quale si misurano le efficienze delle imprese che vi operano e quindi nel quale si misura anche l’efficienza trasportistica del Paese, occorre rivedere l’impianto regolatorio complessivo al fine di mantenere la sicurezza della “supply-chain” e quindi la competitività dei porti nazionali. Altrimenti, ci troveremmo difronte ad un impianto regolatorio – quello attualmente previsto dalla normativa UE – che di fatto rischia di “smontare” l’efficienza che vogliamo costruire all’interno del nostro sistema.
[1] Cfr. Direttiva (UE) 2023/959.
Luca Brandimarte
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