Caos dazi, ammonta a 300 milioni l’export livornese negli Usa
Dall'archivio: i link alla nostra inchiesta in 4 puntate per capire cosa si muove dietro le quinte
Ripubblichiamo qui una inchiesta di Mauro Zucchelli che la Gazzetta Marittima ha messo in rete nelle scorse settimane, a partire da quando l’ombra della minaccia di Trump sui dazi ha cominciato a farsi davveri concreta. Ancora oggi è utile fare i conti con questi numeri. Qui sotto i link alle quattro puntate: sono state pubblicate
- il 19 febbraio: L’export livornese negli Usa vale 300 milioni. La Toscana fra le regioni più colpite da una eventuale guerra commerciale
- il 22 febbraio: Import-export, questa è la mappa
- il 1° marzo: Dietro il Trump bullo: noi e il flop dell’industria americana. Gli Usa hanno giganti web ma la loro manifattura è ai minimi: cosa si vede dalla Toscana
- il 18 marzo: Idea Trump: “supermulta” nei porti Usa per chi ha navi costruite in Cina. Ecco perché la misura-boomerang avrà contraccolpi anche su scali come Livorno

L’infografica mostra uno studio di Assoporti-Srm sull’identikit dell’import-export con gli Usa
E adesso ecco qui di seguito l’analisi delgli affari fra i nostri territori e gli Stati Uniti: serve ad avere qualche parametro di riferimento, una “bussola” di dati per capire quale può essere l’impatto
L’export livornese negli Usa vale 300 milioni: la Toscana fra le regioni più colpite da una eventuale guerra commerciale
LIVORNO. L’economia livornese ha un conto in sospeso con le decisioni prese negli Stati Uniti fin da quando prima la Delphi e poi la Trw, due multinazionali del Michigan con quartier generale a 33 miglia l’una dall’altra, licenziarono quasi un migliaio di operai chiudendo i cancelli delle due metà dello stabilimento ex Spica che avevano rilevato pochi anni prima (qui il link a un articolo che avevo scritto in tandem con Giulio Corsi per “Il Tirreno” sulla storia dell’industria dell’auto a Livorno). Adesso, in conseguenza dei dazi annunciati da Donald Trump come sbarramento anti-import, la batosta potrebbe essere ancor più pesante. Anche perché doppia o tripla: colpisce le imprese produttrici, quelle che si occupano della commercializzazione e quelle che orbitano attorno ai porti di exportazione.
Questo vale in particolare per Livorno. Dal lato della geografia dell’export: gli Stati Uniti sono di gran lunga il mercato numero uno per le aziende labroniche che vendono all’estero le proprie merci. Lo dicono i dati del centro studi della Camera di Commercio: 301,8 milioni di euro l’ammontare nel 2024, e già lo scorso anno avevano preso una bella sberla, visto che in precedenza si superava di slancio il mezzo miliardo di euro (554,4 nel 2023, 565,3 nel 2022, 589,3 nel 2021). Pur in netto calo così come tutto l’export più che dimezzato, il valore complessivo del mercato Usa targato Livorno risultava più del doppio del secondo classificato, la Spagna.
Donald Trump, insediato a gennaio alla presidenza degli Stati Uniti per la seconda volta
Non è tutto: nella mappa delle destinazioni dell’export livornese, al terzo posto c’è la Germania (quasi 130 milioni di euro lo scorso anno), ex locomotiva economica d’Europa ora ruzzolata in una recessione bislacca. E non è il solo: anche per il sistema produttivo fiorentino gli Stati Uniti risultano in testa ai mercati di destinazione, così come – lo riporta “Repubblica” – il marmo di Carrara, e anche vino e olio a dar retta ai ricercatori di Intesa San Paolo che si occupano di tenere gli occhi aperti su distretti e poli tecnologici toscani.
L’effetto dazi americani peserà sull’economia livornese anche sul fronte del porto. Livorno è uno scalo che per tradizione ultrasecolare ha solidi legami commerciali con la costa atlantica degli Stati Uniti: l’emblema è la storia di Elizabeth Ann Seton, prima donna americana a essere proclamata santa dalla Chiesa e al tempo stesso legatissima a Livorno. Lasciamo perdere gli altari dell’Ottocento, e guardiamo all’oggi e alle banchine: Livorno, che è praticamente tagliata fuori dalle rotte dall’Estremo Oriente, è spesso vista come il riferimento per il sistema piccolo-aziendale toscano che spedisce verso gli Usa.
Basti dire che, a prestar fede alle cifre Istat, nel periodo da Capodanno a fine estate 2024 l’export toscano ha inviato negli Usa merci per un valore di 7,5 miliardi di euro, prevedibilmente in crescita rispetto all’anno precedente (circa nove miliardi nell’arco dei dodici mesi). I dati dell’ente camerale fiorentino pronosticano che la provincia di Firenze registri una impennata del 16% nelle esportazioni. Quali sono i settori che tirano di più? L’industria farmaceutica: più di tre miliardi e mezzo, 1,3 miliardi il sistema moda, poco meno di 900 milioni l’agroalimentare.
In quest’ultimo campo la preoccupazione maggiore riguarda olio e vino: il mercato statunitense costituisce quasi la metà delle vendite all’estero, sul fronte del vini sono comunque il riferimento numero uno per l’export (per il Chianti Classico prende la via della clientela americana una bottiglia su tre, per il Brunello di Montalcino non molto meno). Complessivamente l’export del vino made in Italy, quando saranno resi noti i dati definitivi dell’intero 2024, oltrepasserà la soglia di 1,9 miliardi di euro: gli Stati Uniti da soli equivalgono quasi a un quarto dell’export “tricolore” di vino (24%).
A tal riguardo, è da tener presente che ha radici alle porte di Livorno una delle più brillanti aziende della logistica portuale agro-alimentare: è la Hillebrand Gori, che funziona un po’ da “cantina del mondo” e dai magazzini dell’interporto di Guasticce spedisce ai quattro angoli del mappamondo, America in primis.
È da registrare un aspetto curioso: gli operatori del settore segnalano che negli Usa c’è una corsa a fare scorta di vino italiano prima che vengano eventualmente imposti i dazi. Il quotidiano confindustriale “Sole 24 Ore” riferisce che «l’export di spumanti verso gli Usa nel mese di novembre è cresciuto in volume del 41%, quello dei vini fermi imbottigliati del 17%», secondo i dati dell’Osservatorio di Unione Italiana Vini (Uiv). È proprio uno sprint finale, che raddoppia la già brillante crescita dei mesi precedenti (con le cifre di novembre il 2024 arriva, in attesa dei dati dicembre per completare l’annata, a più 7%, che negli spumanti sfiora il 20%.
Sempre sul fronte cibo, in Toscana c’è anche la situazione della Maremma: l’export della provincia di Grosseto nel 2024 dovrebbe, a dati definitivi accertati, superare i 400 milioni di euro, «più della metà dei quali ascrivibili alle produzioni agroalimentari», riporta “Il Tirreno” che dà voce alle paure degli operatori economici. In concreto, il territorio maremmano è, «per specializzazione produttiva e peso specifico del mercato americano sulle sue esportazioni», una delle zone che rischiano di essere fra le più penalizzate dai dazi Usa di Trump.
Potrebbero risentirne meno i prodotti che si collocano nella fascia alta, in cui il consumatore, magari mugugnando, è disposto a subire un rincaro di 10-20 punti percentuali del prezzo: il suo portafoglio e la sua attenzione alla qualità dei consumi gli potrebbero consentire di pagare quel quid in più e finita lì.
È da chiarire poi cosa accadrà a tutta quella merce che non è made in Italy ma si “traveste” per sembrarlo: i prodotti “italian sounding”, che si inventano un marchio o un nome apparentemente italiano per fare l’occhiolino al consumatore. Chiunque abbia messo il naso in un ipermercato di una metropoli americana, eccezion fatta forse per l’America profonda strapaesana, non può che aver notato l’alluvione di queste merci di cui il “Parmesan” è l’esempio più noto. Quintali e quintali di tutto un po’, giusto per accileccare la classe media che non vuol spendere granché e vuol togliersi qualche sfizio rispetto al cibo-spazzatura.
Gli operatori spiegano che proviene dal Mediterrano l’80% dell’olio extravergine di oliva che finisce sulle tavole degli americani: difficile credere che un eventuale dazio tutelerebbe i produttori locali statunitensi, visto che la produzione interna americana è quasi tutta sulla Cista Ovest e arriva a malapena a coprire il 5% del mercato. Più probabile cioè che a chiacchiere l’istituzione di dazi venga sbandierata come l’esigenza di tutelare gli operatori locali, in realtà è prevalentemente una guerra geopolitica giocata sul campo dell’import-export cercando come e dove colpire l’avversario facendogli più male. Detto per inciso, questo significa che è finito in soffitta il vecchio schema in cui l’Occidente era un tutt’uno: adesso, in questo nuovo schema assurdo, gli Usa vedono nell’Europa una avversaria, per quanto paradossale possa sembrare.
Mauro Zucchelli