Tronchi e fango in mare dai fiumi
Tra i pericoli di questi passaggi giorni di burrasca sulle coste italiane, ci sono i numerosi rifiuti portati in mare dai fiumi e dalle esondazioni, che costituiscono un reale pericolo, e non solo per la navigazione delle barchette. Ecco la nota sul web di Paolo Attili da Portoferraio (isola d’Elba).
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E va bene, ci sono gli avvisi ai naviganti emessi dalle Capitanerie, sia sulle bacheche che per internet.
Ma mi chiedo, e con me tanti amici, se non sia un po’ troppo lavarsene le mani di fronte a un pericolo reale: tronchi d’albero anche di qualche quintale che appena affiorano, cespugli semisommersi, per non parlare addirittura di bidoni della spazzatura urbana, bombole ed altro.
Il nostro mare da giorni è giallo di fango e questi pericoli possono essere mortali.
Perché non si sbarrano con robuste reti le foci dei corsi d’acqua quando arrivano le burrasche?
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Proviamo a rispondere dalla fine: sbarrare i corsi d’acqua con reti o panne galleggianti che almeno frenino i relitti più grossi e pericolosi.
Non è un’idea nuova, qualche volta ha anche funzionato: ma richiederebbe un impegno di chi gestisce i territori che a quanto pare non rientra tra le priorità. Anzi, se tutto finisce in mare, i corsi d’acqua rimangono più “puliti”.
Un modo distorto di vedere le cose. E anche uno scarico di responsabilità perché una volta in mare, questi pericolosi relitti non si può dimostrare dove vengano con certezza.
Rimedi? Oggi come oggi, si riesce a fare poco o niente.
Anni fa il Ministero dell’Ambiente aveva finanziato la costruzione di qualche decina di barche speciali, destinate ai parchi e alle aree marine protette: erano dotate di speciali rastrelli abbassabili a prua, per raccogliere le aumenta galleggiante e scaricarla a bordo in appositi contenitori.
Ma è stato un flop completo – peraltro a caro prezzo – perché sarebbero occorsi equipaggi patentati, contributi in carburante, manutenzione e scarico dei rifiuti.
Queste povere baracche – se ne occupò a suo tempo anche il Gabibbo – stanno marcendo abbandonate in molti porti.
Dove, almeno all’interno dei bacini, operano società specializzate ma non adatte né competenti a spingersi in alto mare.
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