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L’eolico in mare su vecchie navi da disarmare?

MILANO – Malgrado i ridotti consumi causa la pandemia che ha rallentato molte fabbriche, la sete d’energia elettrica cresce. E cresce in controtendenza con la volontà di alcuni paesi – deliberata dai cittadini oppure imposta quali mavi militari dalle normative internazionali – di eliminare totalmente le centrali a carbone (Polonia) a oli pesanti (Italia e Germania) ed anche nucleare (Francia).

Non siamo, in questa fase, in mano a una lobby di ecologisti scatenati, come ce ne sono state (e probabilmente ce ne saranno). I dati scientifici forniti dall’International Agency Energy registrano che la crisi del Covid ha comportato un calo dell’8% delle emissioni mondiali di CO2, un record negli ultimi decenni. Ma non basta certo a raggiungere gli obiettivi dell’agenda ONU che impongono, come noto, un taglio del 40% entro il 2030.

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Un taglio che tocca anche – come già abbiamo recentemente scritto – anche il settore navale che deve addirittura ridurre le emissioni del 50%. Oggi – quest’anno non fa testo – siamo già a oltre 400 parti di CO2 per milione, quando il limite “accettabile “ è inferiore a 350 parti. Stiamo bruciando il futuro dei nostri nipoti, dicono i tecnici.

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Fatte le diagnosi, quali sono, a questo punto, le terapie realistiche proposte? Se non ci saranno, com’è probabile, incredibili invenzioni tecnologiche, il solare può contribuire, ma solo in piccole percentuali. La vera energia pulita, cioè il nucleare, ha il problema della eliminazione delle scorie (oggi stoccate in ex miniere o peggio) e la crescente idiosincrasia della gente come conseguenza di noti gravissimi incidenti. Rimane l’eolico: che per quanto contrastato e non amato dai don Chisciotte dei paesaggi incontaminati, sembra in grado di risolvere tutti i problemi di energia pulita. In meno di dieci anni, l’eolico è passato da una produzione vicina allo zero a 600 gigawatt, con forte prevalenza nel Nord Europa. Dove è nato, e sta crescendo a tutta velocità il sistema dei parchi eolici marini. Una tipologia che è arrivata finalmente anche in Italia ed è in fase di realizzazione al largo di Marsala, ma che nel Nord è matura da anni. Come si legge da questo rapporto.

«La capacità di generare elettricità pulita in mare aperto a questi livelli di potenza è un traguardo significativo a livello mondiale, in un momento decisivo per affrontare i cambiamenti climatici», ha commentato Matthew Wright, ceo di Ørsted Uk. La società danese fa parte del progetto di sfruttamento del Dogger Bank, un vasto banco sabbioso al largo dello Yorkshire, subito fuori dalla piattaforma continentale del Regno Unito e vicino al punto in cui s’incontrano i confini tra le acque territoriali di Paesi Bassi, Germania e Danimarca. Fino all’ultima glaciazione del Pleistocene, il Dogger Bank era un’isola nel Mare del Nord, grande quasi come la Sardegna. Quando si è inabissata, circa 10mila anni fa, non è sprofondata di molto: a seconda delle zone, qui l’acqua è alta 10-15, massimo 30 metri. Perfetta per un campo eolico offshore. Questo è il futuro del Dogger Bank: una distesa grigio-blu disseminata di mega-turbine alte almeno 200 metri, con un’apertura alare di 150 e oltre. E in mezzo, un’isola. Si chiamerà North Sea Wind Power Hub e sarà un’isola artificiale di 6 chilometri quadrati, realizzata per fare da punto d’appoggio centrale alla grande rete che raccoglierà l’energia eolica prodotta in loco, capace di alimentare qualcosa come 100 milioni di persone, e la trasmetterà a Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Germania, Danimarca e Norvegia. Il progetto, a cui si lavora ormai da una decina d’anni, ora può diventare realtà.

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Dove i fondali marini sono eccessivi e dove le coste sono a picco, come capita quasi ovunque in Italia, c’è un’alternativa tutta nuova: i parchi eolici galleggianti. L’idea è di un danese, Henrik Stiesdal, che ha realizzato l’idea dei “ventilatori” eolici al largo delle coste del suo paese già una ventina d’anni fa: oggi il più grande parco eolico del mondo è al largo della Danimarca e fornisce energia all’intera capitale. Ma le pale eoliche sono su piloni di cemento in fondo la mare, perchè le profondità marine sono ridotte. Lungo le coste italiane, per esempio, non sarebbe tecnicamente possibile o comunque estremamente costoso. Da qui l’idea, che è alla base di progetti che stanno nascendo in mezzo mondo, delle pale su piattaforme galleggianti, ancorate sul fondo e capaci di resistere alle più forti tempeste del mare. Se n’è già appropriata la Shell, ma – ultima novità – è che alcuni armatori Nord europei stanno studiando la possibilità di utilizzare vecchie navi destinate alla demolizione per piazzarvi sopra un paio almeno di turbine eoliche. Rimarrebbero scafi svuotati dagli apparati motori, ancorate saldamente di prua ma con un sistema che le farebbe ruotare a seconda della direzione del vento (come accade per la piattaforma OLT davanti a Livorno) e in grado non solo di immagazzinare l’energia su parchi batterie, ma anche di trasferirla con cavi sottomarini alla rete costiera. Troppa fantasia? Nossignori, esistono già e potrebbero risolvere pressochè totalmente la sete di energia del mondo di domani mattina.

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Pubblicato il
30 Settembre 2020

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