Nella guerra d’oggi del greggio Mosca e Ryad contro gli USA
LIVORNO – Nella pressoché infinita serie di guai che ci sono piovuti addosso di questi tempi, anche (ma non solo) il Covid-19, c’è stato un elemento positivo che non tutti hanno colto appieno nel suo più profondo significato: il ribasso record del prezzo del greggio.
Per noi utenti italiani questo ribasso si è risolto con solo pochi spiccioli di riduzione del costo di benzina e gasolio alla pompa: anche perché la componente più importante di questo costo da noi è da tempo fiscale. In compenso si è vista una corsa all’accaparramento del greggio da parte delle grandi compagnie, degli armatori, dei depositi costieri e di chi aveva la possibilità di crearsi delle scorte consistenti. Mai come in questo periodo – hanno rilevato gli osservatori – c’è stata una corsa a utilizzare anche vecchie petroliere in disarmo, riempiendole a tappo e lasciandole all’ormeggio. Depositi costieri, serbatoi, vecchie navi ed altro sono strapieni. Noi a Livorno ne siamo testimoni.
Aspettando che cosa? E perché questo storico crollo del prezzo, che ha messo in crisi anche le economie dei più grandi produttori, abituati ai fiumi di danaro dell’oro nero?
Secondo una recente analisi apparsa su alcune riviste specializzate internazionali, il vero crollo del costo del greggio è stato determinato dalla volontà dei produttori storici – Arabia Saudita e Russia in particolare, dopo il default di Venezuela ed altri minori – di mettere fuori mercato la produzione degli USA, che era diventata la prima al mondo grazie alla tecnica dello shale oil, ovvero all’estrazione dagli scisti. Con gli USA diventati non solo autosufficienti ma addirittura esportatori, specie verso l’Europa, sauditi e russi si sono visti sottrarre quote di mercato. Ed hanno reagito con una… santa alleanza abbassando drasticamente i loro prezzi a costo di stringere la cinghia e rischiare i propri bilanci statali.
Un rischio calcolato, ma che dovrebbe mettere fuori gioco la produzione USA: perché la tecnica dello shale oil è conveniente solo se il costo del barile è sopra i 60 dollari, e con i prezzi d’oggi che sono circa alla metà buona parte dei produttori USA che operavano con gli scisti bituminosi si sono già fermati.
Una vittoria di Pirro quella di Mosca e Ryad? Se lo chiede in un’intelligente analisi anche Andrea Margelletti in un recente editoriale su “Il carabiniere”: perché se il dumping dovesse continuare a lungo i due più grandi produttori rischierebbero la fame (almeno metaforica). E se i prezzi torneranno a salire – com’è fatale – gli USA torneranno a strizzare gli scisti e vincere la guerra.
Che come si vede – e si sa bene da tempo – non si fa più con i cannoni e i missili, ma con la Borsa mondiale.
A.F.