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Tra i temi del “Blue Economy Summit” le urgenze per il waterfront Genova

Marco Bisagno

GENOVA – Alla vigilia del “Blue Economy Summit” genovese abbiamo intervistato l’ingegner Marco Bisagno, presidente della Genova Industrie Navali, la holding costituita 12 anni fa dall’unione dei due storici cantieri T. Mariotti (costruzioni) e San Giorgio del Porto (riparazioni) cui negli anni ha fatto seguito l’ingresso di altre importanti realtà come Finsea della famiglia Negri, oltre a Fincantieri ed altre. Il gruppo, fra i più importanti nel settore costruzioni e riparazioni navali in area mediterranea e al vertice in Italia come cantiere privato, occupa in via diretta 500 persone e genera un indotto di circa 1200 posti di lavoro. È particolarmente impegnato anche sulle progettualità del waterfront locale.

Presidente, lei sarà un importante relatore della Blue Economy Summit: quali sono le ragioni della sua partecipazione e quali le sue aspettative?

Come gruppo GIN cercheremo specialmente di capire quale potrà essere il nostro futuro territoriale nell’area del waterfront. Negli ultimi quarant’anni abbiamo visto progetti nuovi e diversi, a volte sconvolgenti per il nostro territorio. Come T. Mariotti abbiamo già subìto uno spostamento dalla calata Chiappella ed impiantato il cantiere dove ora siamo, vicino alla Fiera; quest’area, che è di fronte ad un quartiere residenziale importante, all’imbocco del porto, ci ha da subito creato perplessità tanto che con la successiva unione con la San Giorgio del Porto abbiamo fatto mille progetti per razionalizzare e rendere compatibili le nostre strutture. Al summit cercheremo perciò di puntualizzare quanto sia importante per noi conoscere oggi quali sono le idee future del waterfront su questa area. Siamo consapevoli che Genova è sempre più impegnata verso il turismo e capiamo la necessità di contemperare le attività produttive con quelle turistiche e commerciali. Per questo ci interessa partecipare ad un tavolo che definisca questi temi, portare le nostre proposte, esporre i nostri intendimenti per il futuro, dare i nostri suggerimenti e poi ottenere una veloce decisione delle autorità per poterci adeguare.

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Su quali aspetti a suo parere dovrebbe puntare il nuovo waterfront e quali difficoltà intravedete per il vostro settore?

Nel riconvertire o ridisegnare le aree si dovrebbe tenere conto che in quella dedicata al settore industriale non dovrebbero essere previsti insediamenti di attività diverse, come invece oggi vediamo. Alcuni lavori sono già in corso e vorremmo poter capire quale sarà la soluzione del futuro anche perché aziende come la San Giorgio del Porto sono in un’area che è auspicabile venga restituita alla città favorendo il progetto del nuovo terminal crociere, da realizzare insieme alla Costa, che ha prospettive trainanti per tutto il territorio.

Vorremmo evitare che incertezza, rinvio e stravolgimento dei piani progettuali – grave penalizzazione che ci regala la politica – ci impediscano ancora di organizzarci, svilupparci ed operare in modo competitivo. È amaro vedere lo stravolgimento dei progetti, come è successo anche nel Piano Regolatore Portuale, al quale ho partecipato per la parte industriale, che non è neanche partito. Dovremmo prendere ad esempio Marsiglia che negli ultimi dieci anni sta portando avanti il suo progetto, pur con le sue difficoltà, apportando magari leggere modifiche ma mai radicali ripensamenti, e che ha assegnato le aree agli utilizzatori che erano previsti.

È per tutto questo che negli ultimi anni abbiamo dovuto guardare verso altri territori, come Piombino – ed appunto Marsiglia – dove esistono spazi e superbacini oggi indispensabili per la riparazione navale. A Marsiglia possiamo portare avanti il nostro core business nelle riparazioni delle grandi navi da crociera, per le costruzioni abbiamo un insediamento in Veneto – Cimar in joint venture con Cimolai – dove attualmente stiamo costruendo due navi passeggeri e un traghetto, e per le demolizioni ci siamo spostati su Piombino che potrà esserci utile anche come alternativa a Cimar nel campo costruzioni.

Bisogna avere il coraggio di posizioni ragionate da rendere prontamente operative uscendo dal balletto dei rimandi e dei ripensamenti, spesso dettato da interessi elettorali. Un esempio – ma ce ne sono in quantità purtroppo nel Paese – riguarda l’annosa vicenda della Gronda per la quale da sempre il PD si è mostrato favorevole ma ultimamente, per non contrapporsi al suo alleato di governo, ha preso posizioni astensionistiche.

Cosa è cambiato nel panorama del refitting e delle costruzioni navali con il Covid-19?

Il lockdown ha creato un buco nei fatturati di almeno tre mesi. Certo alcuni lavori saranno spostati e si cercherà di recuperare, ma quello che si doveva fare in quel periodo non è stato fatto e a fine anno se ne pagheranno le conseguenze. La riparazione navale è fortunatamente rientrata nei codici autorizzati a lavorare e questo almeno ci ha consentito di portare avanti alcune commesse. Il settore del turismo, che poi è quello che sta alla base delle nostre navi e del nostro lavoro, ha subìto, ma c’è già voglia di tornare alla normalità anche nel tempo libero. Probabilmente saranno necessarie modifiche nelle navi: stiamo pensando ad un sistema di filtri per l’aria condizionata e a diverse soluzioni per distanziare i contatti. Forse torneremo a navi un po’ più piccole anche se dal punto di vista delle economie di scala saranno meno remunerative. La distanza delle persone dovrà essere tenuta in conto.

Non solo Covid: anche la logistica stradale ed autostradale di Genova è condizionata da tempo da cedimenti di viadotti e in gallerie…

È veramente un grande problema. Anche solo con le nostre aziende collegate abbiamo avuto ed abbiamo tuttora dei gravi ritardi di tempo e uno spreco di energie enorme: stiamo persino studiando di viaggiare di notte. Lo stesso vale per il personale di azienda che viene da ponente e non sa come fare per raggiungere gli uffici senza pesanti ritardi.

È incomprensibile che durante il lockdown, quindi in una fase di traffico estremamente ridotto, Autostrade – che lavorava ininterrottamente sia al Ponte che alla costruzione di un nuovo bacino vicino alla Fiera – non sia intervenuta: non so di chi sia la responsabilità di questa scelta, ma sono stati sprecati tre mesi utili a rimettere in condizioni accettabili il nostro sistema di strade e di autostrade, quantomeno per supportare il turismo estivo.

Agli Stati Generali, Bonomi di Confindustria si è presentato su posizioni molto critiche verso il governo per la mancanza di un reale piano operativo; lei da ex presidente di Confindustria Genova e componente dell’advisory board dell’associazione cosa ne pensa?

Preferirei glissare sul governo per non essere troppo cattivo. Sono state fatte delle cose buone, poche, ma per rilanciare il nostro Paese mi sembra che non ci siano idee chiare. Abbiamo delle grandi disponibilità finanziarie che l’Unione Europea ha messo in campo e ritengo che queste debbano servire a far ripartire l’industria, a dare incentivi alle imprese per far sì che assumano persone a tempo indeterminato. Per far ripartire l’industria ed il Paese bisogna innanzi tutto sbloccare le opere infrastrutturali – dopo anni di mancata manutenzione e costruzione – quindi trovare un sistema che in qualche modo contrasti l’impatto della burocrazia: la ricostruzione del ponte di Genova ne è un esempio. Il governo – a mio parere – sa benissimo cosa dovrebbe fare, ma evidentemente ha troppi freni dentro e fuori”.

Cinzia Garofoli

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Pubblicato il
20 Giugno 2020

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