Guerra, terrorismo e sogni di pace
ROMA – Dunque, ci sono alcuni dati di fatto ma anche molte – forze troppe – incertezze. Il primo dato è che un drone USA, probabilmente partito dalla base siciliana di Sigonella, ha ucciso il generale iraniano Soleimani che era sbarcato a Bagdad per guidare la guerriglia antiamericana. Due giorni dopo la guerriglia somala – che non c’entrerebbe con l’Iran – ha attaccato una base USA in Kenia uccidendo un soldato americano e due contractors (il pudico termine usato oggi per indicare i mercenari). Nei giorni precedenti anche l’ambasciata USA a Bagdad era stata presa d’assalto da forze paramilitari filo-iraniane, con un morto e gravi danni. Più vicino a noi, molto più vicino, la Libia è da tempo al centro di un’offensiva contro il governo del generale al-Sarraj, riconosciuto dall’occidente, con l’intervento “con gli scarponi sul terreno” come dicono i tecnici, da parte anche dei militari turchi. Un drone dei quali, a sua volta ha incendiato la base lealista di Al Wattija; mentre il generale Haftar, che guida la rivolta anti al-Sarraj nega di aver massacrato i giovanissimi allievi della scuola militare a sud di Tripoli in un raid aereo da nessuno rivendicato. Se non siamo alla guerra aperta e dichiarata, siamo in un turbine di terrorismi che alla fine è ancora peggio.
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Siamo, di nuovo, con il vicino galoppo dei quattro cavalieri dell’Apocalisse? Ce ne occupiamo, ovviamente, per i riflessi che i tamburi di guerra hanno nel nostro mondo della logistica, cercando di non farci coinvolgere da politica e partigianerie. La realtà è che l’Italia è oggi il primo partner commerciale dell’Iran in ambito europeo (per circa 5 miliardi di euro annui, oggi ridotti ma non annullati dall’embargo); ed ha nella Libia, oltre agli strategici investimenti dell’ENI e di altre imprese nazionali, anche uno dei principali fornitori di petrolio. Gli analisti sostengono che i libici di entrambe le fazioni si guarderanno dal ridurre la produzione di petrolio che ha portato loro nel 2018 – a guerra civile già in corso – ben 18 miliardi di dollari equamente divisi tra Tripoli e Bengasi. Ma sui porti che operano con l’Italia è allarme rosso. E anche la missione dell’UE che era stata programmata proprio per questa settimana in Libia ha avuto mille incertezze. L’Italia poi sembra senza una linea guida forte e coesa. Nelle note ufficiali, il nostro governo parla di “assassinio” del generale Soleimani ma ha messo la mordacchia sull’uso di Sigonella da parte dei droni USA. Vorrà dire qualcosa?
A.F.
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MILANO – A seguito dell’escalation della situazione in Libia con il coinvolgimento di Turchia e Russia a sostegno delle due fazioni rivali del Governo di Accordo Nazionale (GNA) presieduto da Fayez Mustafa al-Sarraj e dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) comandato dal generale Khalifa Haftar, interviene il presidente di FederPetroli Italia – Michele Marsiglia “È una guerra per i giacimenti petroliferi in più regioni del Medio Oriente che oggi, rispetto a 20 anni fa, producono milioni e milioni di barili di petrolio. Sino a poco tempo fa non interessava a nessuno il territorio libico ma adesso la Regione è diventata terra di conquista. L’obiettivo di altre nazioni è solo ed esclusivamente l’entrata nei processi di gestione dei giacimenti petroliferi e le enormi riserve di olio e gas ancora da sfruttare nel centro-sud del paese. Il tentativo di destabilizzare l’Italia è evidente ma ENI non si tocca”.
Continua Marsiglia “Dagli anni ’50 che lavoriamo con la Libia e le aziende contrattiste sono impegnate in appalti che ad oggi risultano ancora non pagati causa la situazione bellica di questi ultimi anni. Aziende che stanno sacrificando le proprie forze-lavoro ed economiche per poter continuare i propri business. Non lasceremo che altri siano di intralcio in commesse di sviluppo già aggiudicate o nei planning aziendali. ENI in Libia è un cavallo di battaglia per l’industria petrolifera internazionale, unica major a fornire parte della propria produzione per il fabbisogno interno al Paese. Si andrebbero a violare accordi di Legislazione Internazionale. La preoccupazione è tanta, certamente l’Italia in questo momento ha perso nel Paese nordafricano la competitività ed il ruolo nei tavoli politici decisionali, è stato servito un piatto d’argento a terzi per arrivare alla National Oil Corporation (NOC), azienda energetica di Stato libica”.
Il presidente di FederPetroli Italia interviene anche a seguito dell’attacco USA “Ormai la miccia è accesa, Qasem Soleimani non era un semplice cadetto militare, le ripercussioni ci saranno a breve in tutto il Medio Oriente, territorio collegato da una forte interconnessione di forze militari tra diversi paesi. Anche lì l’Italia attraverso ENI detiene in Iraq uno dei più grandi giacimenti al mondo chiamato Zubair, incrociamo le dita. Il prezzo del petrolio ha avuto un’impennata ed è normale, il problema verte sulla futura disponibilità di greggio, che in poche settimane potrebbe ridursi drasticamente con la chiusura di alcune rotte navali nei pressi dei centri nevralgici petroliferi mediorientali e su tratte dello scacchiere energetico internazionale, come Hormuz”. Marsiglia sull’Iran replica con un “No comment ma il Regime degli Ayatollah, per chi conosce quel Paese, risponde con la stessa medaglia”.
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