Shanghai a 30 milioni e l’Italia portuale arranca
Cresce il divario con il Far Est e anche l’Europa non brilla, con Rotterdam solo al decimo posto – I mega/progetti come Livorno destinati a rimanere al palo? Il piano della logistica
ROMA – Le speranze sono una cosa, i numeri che registrano i fatti un’altra. E i numeri che ciclicamente fornisce “Containerisation International”, riportati nella tabella che pubblichiamo in altra pagina, descrivono una realtà che non lascia adito a dubbi: i porti che sono al top della classifica mondiale per il movimento dei containers sono ormai quasi tutti nel Far East: tanto che il primo porto europeo, Rotterdam, è “soltanto” in decima posizione. Gli scali italiani di cui tanto si parla non figurano che verso la fine di una seconda classifica, quella dei primi cento porti containers al mondo. E anche il Mediterraneo non se la cava molto meglio, malgrado l’exploit – oggi frenato di nuovo dalla crisi economica della Spagna – di Valencia.
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Analizzare i totali di Teu che vengono movimentati nei porti del Far East non serve solo ad alimentare l’ormai crescente complesso d’inferiorità della nostra Italia marittima, ma anche e specialmente a dare la dimensione di un business nel quale siamo marginali; e rischiamo di inseguire sogni senza senso da una parte, o di subire una politica affatto interessata alla logistica e ai suoi sviluppi dall’altra.
In questi giorni in sede governativa – sia pure tra le cento distrazioni delle “beghe” post elettorali e l’eterno scozzo tra maggioranza e minoranza, con conati interni alle entrambe – si è parlato della riforma della 84/94, con il solito senatore Grillo che ormai sembra proprio il grillo parlante di Pinocchio, pieno di buone intenzioni ed ottimi annunci destinati a nessun ascolto concreto. Il problema è che ormai le nostre infrastrutture portuali – , ma più in generale logistiche – sono rimaste ferme agli anni ’60; e quando arriva finalmente un progetto concreto con finanziamenti privati (o bancari, che è lo stesso) come quello che riguarda l’alto Adriatico, invece di spianare la strada a chi cerca di creare un maxi-polo logistico capace di tener testa a Rotterdam ci si scanna su progettini e gelosie locali: esattamente come i polli di Renzo nei Promessi Sposi, che si becchettavano tra loro mentre venivano condotti al girarrosto.
Viene anche spontaneo chiedersi, in questi frangenti, che valenza possano avere in concreto mega-progetti come la Piattaforma Europa del porto di Livorno, fino a un anno fa considerata una strada certa e ormai imboccata con gran batter di tamburi dall’accordo tra istituzioni locali (dalla Regione Toscana alla Provincia, dal Comune all’ovviamente schieratissima Port Authority) e da qualche tempo quasi scomparsa dai problemi e dai progetti, per l’ovvia constatazione che non c’è una lira dallo Stato nemmeno per l’opera propedeutica e “sine qua non” del prolungamento della diga curvilinea verso nord. Un’opera di cui si favoleggia un costo pubblico spropositato, ma che le istituzioni locali non possono nemmeno sfiorare e lo Stato considera semplicemente un sogno livornese da tenere nel cassetto. In questo caso, anche pensare a un project-financing sembra assurdo, visto che nel campo delle opere pubbliche anche gli investitori internazionali se ne stanno ben lontani dall’Italia dopo le cocenti bruciature nel settore marittimo (ultimo il getto della spugna da parte degli inglesi per il rigassificatore dell’Adriatico).
Che fare dunque, a fronte dei dati sui traffici dei containers? Difficile dirlo, visto che si tratta di terapie ormai globalizzate, dove le singole volontà portuali e i singoli progetti valgono poco o niente. Qualcuno in Italia spera nel piano della logistica, che sembra ormai prossimo a diventare pubblico. Vogliamo attaccarci a quest’ancora di salvezza? Difficile essere ottimisti se pensiamo che a fronte dei quasi 30 milioni di teu del solo porto di Shanghai nel 2010 tutti i porti italiani insieme non hanno raggiunto i 9 milioni.
A.F.
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