Dazi, l’allarme degli industriali toscani: servono decisioni urgenti
Bigazzi (Confindustria) le chiede «anche a livello territoriale»
FIRENZE. C’è bisogno di «decisioni urgenti anche a livello territoriale». Il presidente di Confindustria Toscana, Maurizio Bigazzi, non nasconde affatto di essere «fortemente preoccupato» per l’effetto che innescheranno sulle aziende del territorio il nuovo scenario del commercio mondiale che la Casa Bianca ha ridefinito con una sventagliata di dazi.

Il presidente statunitense Donald Trump
Parlano le cifre, e dal quartier generale dell’organizzazione imprenditoriale le snocciolano così. Prima di tutto: «gli Stati Uniti si sono confermati anche nello scorso anno il principale mercato di sbocco per i manufatti toscani». I numeri: nel 2024 il valore delle merci vendute nel mercato statunitense «ha superato i 10 miliardi di euro». Il peso specifico nell’economia toscana: è «quasi il 17%» del totale di quanto le imprese toscane hanno venduto nel mondo, con un incremento rilevante nell’ultima annata (più 12%). Ma non è solo sull’export che ci si sofferma: «Anche importazioni statunitensi sono strategiche per l’economia toscana: compriamo merci Usa per circa 7 miliardi di euro (il 19% del totale), nel 2023 era inferiore ai 4 miliardi di euro».
Cosa significa quell’«anche a livello territoriale»? Nel fatto che qualunque livello istituzionale è chiamato a fare la propria parte: il governo centrale faccia la sua e l’Europa pure, ma anche tutti gli altri idem. Dunque, niente “meline” politiciste per vedere chi si rompe la testa con le mosse sullo scacchiere politico tutto interno in un teatrino attendista, sperando di non farsi poi troppo male. No, il pericolo è da allarme rosso e c’è da aprire una pagina nuova perché, come avverte Bigazzi, qui «la sfida sarà continuare a rendere attrattivo il territorio toscano per tutte le nostre eccellenze».
Per il leader degli industriali toscani guai all’idea di alzare bandiera bianca e rassegnarsi a un riposizionamento che accetti un restringimento del ruolo manifatturiero. Al contrario: «È chiaro che anche a livello toscano serve attuare subito quei provvedimenti necessari ad aumentare il tasso di industria del nostro territorio e a facilitare la presenza di quelle già esistenti». Come dire: «Dobbiamo liberare le aziende da quante più incombenze possibili, – questo l’argomentare del presidente confindustriale – fare impresa nel nostro territorio deve diventare semplice».

Maurizio Bigazzi, leader di Confindustria Toscana
Bigazzi stila la lista delle «priorità che non possiamo più rimandare»:
- la sicurezza per gli approvvigionamenti energetici;
- la messa in sicurezza del territorio;
- una politica industriale a largo spettro («da un lato, sia di sostegno agli investimenti, ma che attui anche politiche industriali “a costo zero” come alcune misure di semplificazione, che potrebbero essere introdotte velocemente e che per le imprese sarebbero fondamentali»).
L’identikit degli affari sull’asse fra Toscana e Usa
C’è un aspetto che vale la pena di mettere in evidenza, e lo fa il centro studi di Confindustria Toscana: nella composizione della “torta” dell’ export manifatturiero toscano negli Usa il 37% è costituito da prodotti farmaceutici, il 16% da macchinari e il 15% da articoli del sistema moda. Tutt’altro che trascurabili pure le vendite dell’industria alimentare e delle bevande: in valore assoluto arrivano a poco più di un miliardo di euro ma – viene fatto rilevare – «rappresentano il 30% dei prodotti del comparto venduti dalla Toscana nel mondo (33% delle bevande)».
I lusinghieri dati dell’export con destinazione Usa hanno però due facce: dopo la metà del 2024 si registra una brusca frenata. A partire dal terzo trimestre 2024 l’export verso il mercato statunitense ha registrato alcune flessioni: meno 15% nel terzo trimestre e meno 2,5% nel quarto rispetto agli stessi periodi di dodici mesi prima. Colpa principalmente del contenimento delle vendite di prodotti farmaceutici. E comunque «il dato 2024 rimane superiore a quello del 2023».
Sul fronte dell’import che arriva qui da noi dagli Usa in testa troviamo la meccanica e la farmaceutica. Con una prima sottolineatura: «Da soli coprono circa l’85% delle importazioni complessive da questo paese». La seconda forse è ancora più rilevante: «Oltre il 70% dei farmaci che la Toscana acquista nel resto del mondo provengono dagli Usa».

L’infografica mostra uno studio di Assoporti-Srm sull’identikit dell’import-export con gli Usa
Se togliamo dal conto il comparto farmaceutico il dato dei volumi di export e import cambia sensibilmente, però resta un dato incontrovertibile: gli Stati Uniti rimangono al secondo posto per quanto riguarda l’export di manufatti toscani, scendono invece di qualche posizione per le importazioni (al quinto posto «dopo Spagna, Francia, Germania e Cina»).
Nelle scorse settimane la Gazzetta Marittima ha puntato i riflettori su un analogo studio riguardante il flusso import-export fra la provincia di Livorno e i porti al di là dell’Atlantico (copyright Cama di Commercio della Maremma e del Tirreno: qui e qui i link agli articoli in cui si mostra che la Toscana è fra le regioni più colpite dai dazi di Trump). Risultato: in testa ci sono gli autoveicoli (Livorno è un porto-chiave nello smistamento di auto nuove via mare) ma grande rilevanza hanno i prodotti petroliferi e soprattutto il gas naturale. Del resto, in provincia di Livorno sono presenti due rigassificatori e il bisogno di rendersi autonomi dal gas russo (in nome delle sanzioni per l’aggressione all’Ucraina) si è tradotto nell’import dei podotti energetici che gli Usa estraggono grazie a una controversa tecnologia). Ma un export basato su materie prime non è roba da superpotenza industriale: eccezion fatta per l’alta tecnologia (high tech, incluso web e farmaceutica) e per il complesso militare-industriale, il declino industriale americano non è un segreto per nessuno. Germania e Italia, giganti manifatturieri dell’export, sono nel mirino: i dazi sono un messaggio alla “pancia” dell’ex ceto medio bianco industriale impoverito, un tentativo disperato di mettere un argine all’arretramento.
Mauro Zucchelli