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IL NUMERO UNO DEI VESCOVI

Il cardinal Zuppi: nel Mediterraneo non fate la guerra, fate i commerci

Il "mare nostrum" rischia di diventare "monstrum". L'analisi dell'Ispi

LIVORNO. Più commerci, meno guerra: ben venga nel Mediterraneo un incremento dei traffici che contrassegnano relazioni pacifiche fra le città. «Più che un confine a difesa di una fortezza, è sempre stato un andirivieni di navi che ha collegato i popoli e i porti». Il cardinal Matteo Zuppi, numero uno dei vescovi italiani e fra i papabili del fronte filo-Francesco per la (futura) successione a papa Bergoglio, parte da qui per disegnare una “geografia di pace” a partire dal Mediterraneo: il mare che è sempre stato un tessuto di relazioni economiche nel corso della storia ultramillenaria, adesso nel discorso pubblico sembra destinato a diventare solo barriera e baluardo.

Meglio i ro-ro e i container che i cannoni e le bombe: è quel che il cardinal Zuppi  dice al taccuino della Gazzetta Marittima prima di partecipare, nella sede della curia a Livorno, a un faccia a faccia in cui si discute di Giubileo e speranza. Insieme – finalmente senza beghe campanilistiche – a un tris di esponenti pisani come il vescovo livornese Simone Giusti, l’ex presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e il leader nazionale di Acli Emiliano Manfredonia. «Le frontiere – afferma – non esistono o si superano, tanto più in mare. il Mediterraneo è da sempre uno spazio marittimo di commercio e di dialogo: di incontro e, non voglio chiudere gli occhi, anche di scontro».

C’è un’attenzione della Chiesa nel suo complesso al Mediterraneo, non del solo Zuppi: basti ricordare che la prima uscita di papa Francesco dopo essere stato eletto in conclave è stata all’isola di Lampedusa, primo lembo d’Italia per i migranti dei barconi. Il cardinal Zuppi l’ha già espresso in occasione del conferimento della laurea honoris causa a Catania: «Il Mediterraneo rischia di diventare più “monstrum” che “nostrum”: la forza del Mediterraneo sta nel dialogo fra le diversità. E il cristiano ha nel proprio modello-base quello di essere operatore di pace». In una intervista alla “Gazzetta del Mezzogiorno”, aveva ribadito che «il Mediterraneo per essere “nostrum” dev’essere anche “loro”, altrimenti è solo “mio”».

«L’Italia è una radice d’Europa piantata nel bel mezzo del Mediterraneo, lo dice la geografia – sottolinea Zuppi alla Gazzetta Marittima – e questo assegna al nostro Paese il compito di aiutare l’Europa ad avere una nuova consapevolezza: garantire una relazione fra la sponda nord e la sponda sud». Poi: una relazione costruita «in modo da aiutare a restare ma anche a partire. Dentro canali legali: così da sconfiggere l’illegalità».

Del resto, proprio a Livorno la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato di anno in anno “Medì”, colloqui e confronti fra le “voci” delle differenti città che si affacciano sul Mediterraneo: una sorta di “diplomazia culturale” nel segno dell’interscambio pacifico. Di quell’ “arte del dialogo” Zuppi è uno degli esponenti più in vista nella nomenklatura vaticana, al punto che papa Francesco l’ha inviato personalmente a cercare di cucire lembi di pace sul fronte dell’Ucraina aggredita da Putin. Non solo: Zuppi è ritenuto vicino alla galassia di Sant’Egidio e tanti anni fa è stato in prima linea a trattare per la pace nel Mozambico dilaniato da armi, faide e bombe.

Pace significa «accoglienza, ascolto, attenzione»: queste, negli incontri con i cronisti, le argomentazioni del prelato, che cita l’enciclica papale “Fratelli tutti” per parlare della «costruzione della sapienza del vivere insieme». E a chi gli chiede se è in atto uno “scontro di civiltà”, ribatte con una battuta: «Semmai sarebbe uno “scontro di inciviltà”. Le civiltà si sono anche scontrate, certo: ma non in nome della civiltà, bensì per interessi economici o politici. La civiltà è costruire ponti anziché muri: i muri sono buoni tutti a farli, basta tirarli su».

Zuppi è un uomo di Chiesa e un pastore di anime, non gli si deve chiedere una prospettiva geopolitica. Ma forse è proprio quel che ha in mente quando immagina che «il Mediterraneo, ben più di quanto accada già adesso, sia solcato da navi “di pace”», cioè secondo legami di commerci civili anziché di risiko militari aggressivi. La soluzione potrebbe essere la possibilità di coinvolgere davvero nelle “autostrade del mare” le sponde nordafricane: non sarebbe difficilissimo l’upgrade per dotare i porti del lato sud del Mediterraneo delle infrastrutture per accogliere i traghetti merci ro-ro (un po’ più complicatino per i traffici container). Certo, c’è da stabilizzare l’area: ma l’instabilità, a chi giova?

Al di là degli accenti religiosi o solidaristici “da prete”, c’è – grande quanto l’Everest – anche una questione economica. Lo ascoltiamo dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), importante centro studi di analisi geopolitica e trend globali: «Data l’attuale fase di riconfigurazione delle catene globali del valore, la regione mediterranea sarà  in ogni caso sottoposta a un ampio processo di adattamento delle infrastrutture. Il “near-shoring” e il “friend-shoring” potrebbero riorientare i flussi commerciali, modificando potenzialmente la natura delle esigenze di infrastrutture di trasporto» (passata la stagione della delocalizzazione delle produzioni manifatturiere all’altro capo del mondo, il “near-shoring” è il rientro delle fabbriche in aree molto più vicine e il “friend-shoring” lo spostamento in Paesi alleati o amici). Per l’Ispi, il “near-shoring” potenzierà «le rotte marittime a corto raggio tra Paesi vicini, in particolare quelli della sponda settentrionale e meridionale del Mediterraneo». (qui il link a un report che l’Ispi nel novembre 2024 ha dedicato al Mediterraneo)

La Cosco Pacific nel porto di Amburgo, uno dei principali scali del Northern Range

La palla è in mano a Bruxelles prima ancora che a Roma: solo che l’Europa dei porti ha il cuore che batte nel Northern Range (la fascia costiera dei grandi scali nordeuropei) e non è granché disposta a lasciare questo spazio di mercato in mano della portualità sudeuropea, che ovviamente sarebbe l’unica a trarne vantaggio (insieme a quella nordafricana). Non lo lascia ai porti italiani, spagnoli, francesi, greci, eccetera: ma lo regala al predominio cinese.

Non è un segreto che le autorità di Pechino abbiano fatto shopping in Africa legando a sé il “Nuovo Continente” con un fiume di miliardi di dollari di investimenti, che si trasformano in “catene” di vincoli geopolitici. Nel frattempo, per noi europei – intesi come la burocrazia di Bruxelles ma anche come ceti politici nazionali e come popolazioni di elettori – il Mediterraneo è diventato assai meno uno spazio di commerci e assai più una fortezza da alzare in mezzo al mare per non far venire i barconi di migranti. Indovinate chi vincerà.

Pubblicato il
24 Febbraio 2025
di MAURO ZUCCHELLI

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