Sperare o no sull’IMEC Corridor
ROMA – Nei prossimi 20 anni l’Africa sarà il continente che gli analisti descrivono con più alta crescita dal punto di vista economico, auspica un potenziamento dei collegamenti per l’Italia che può diventare il gateway d’accesso più importante, attuando una politica “infra-mediterranea”. L’ha detto, come noto, il viceministro Rixi di recente a La Spezia. E che la sponda sud del Mediterraneo cresca a ritmi serrati lo dicono i dati: negli ultimi dieci anni sono stati effettuati 12,7 miliardi di investimenti nella realizzazione di infrastrutture. I progetti e le realizzazioni più note sono il complesso di Tanger Med in Marocco e quelli di Damietta e Port Said in Egitto, ma negli stessi paesi, così come in Algeria e Tunisia, il settore si sviluppa velocemente.
Questa espansione – è il nocciolo della realtà in atto – viene sorretta da gigantesche aree economiche speciali, che, per gli standard europei, ospitano realtà produttive di livello mondiale, capaci di generare e attirare traffico. Inoltre, a seguito della crisi del Mar Rosso, i porti nordafricani stanno sfruttando al meglio la modifica delle rotte dei container per rafforzare la loro posizione nel settore del transhipment, dove sono già forti protagonisti. Una realtà illustrata da Alessandro Panaro di SRM. Il sistema La Spezia-Marina di Carrara si considera all’avanguardia grazie all’azione dell’AdSP e al contributo degli operatori privati Contship, Dario Perioli, FHP, Grendi, Laghezza, LCA e Tarros, che si sono confrontati nell’occasione dell’incontro con Rixi in una dinamica tavola rotonda.
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Alla base del recente dibattito è il Progetto IMEC, l’India-Middle East-Europe Corridor: un enorme progetto infrastrutturale lanciato a settembre del 2023 a margine del G20 di New Dehli che dovrebbe collegare il subcontinente indiano all’Europa, passando per il Medio Oriente ed Israele. L’impresa intendeva anche consacrare una possibile normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Paesi del Golfo, Arabia Saudita e Tel Aviv inserendosi nel più ampio contesto degli Accordi di Abramo, una svolta decisiva per stabilizzare la regione medio orientale e suggellare un nuovo capitolo nei rapporti israelo-sauditi. Riyad sembrava infatti ormai avviata ad entrare nel negoziato di Abramo, incoraggiata dal supporto al programma nucleare che gli avrebbero assicurato gli Stati Uniti. Poi è subentrata la “non guerra” di sterminio che sta insanguinando il Medio Oriente, ma il progetto non è cancellato.
L’IMEC Corridor, fortemente voluto dall’amministrazione americana ora uscente (che accadrà con il cambio di inquilino alla Casa Bianca non ci ha dato saperlo) è nato col sogno di contrastare l’espansionismo infrastrutturale cinese nella regione e diventare un sostituto al grande progetto della Belt and Road Initiative. Ricalcando un po’ quella rotta che nella storia percorrevano gli inglesi dalla Siria storica (l’odierno Libano, al tempo parte dell’Impero Ottomano) passando per il Medio Oriente fino all’India, il gioiello di sua maestà britannica, l’Arabia Saudita si era già detta pronta ad investire 20 miliardi di dollari sull’IMEC, suddividendolo in due progetti principali: il corridoio orientale che dovrebbe collegare l’India al Golfo Arabico e quello settentrionale dai porti emiratini all’Europa, passando inevitabilmente per Israele, lo sbocco occidentale sul mediterraneo. Il piano prevede(va), ormai parlare al passato sembra dovuto, una ferrovia che fornirà una rete di transito transfrontaliero nave-rotaia consentendo un traffico continuo e rapido di beni e servizi per e tra India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania, Israele ed Europa.
Il tracciato originario del corridoio IMEC sarebbe dovuto passare anche per Hormuz per poi raggiungere i porti emiratini. Dunque, un’eventuale chiusura dello stretto spezza di netto la connettività tra l’Europa e l’India. Si cercano oggi rotte alternative. Le une che possano includere l’Oman, una soluzione valida per deviare dal passaggio tracciato, le altre l’Egitto. Nonostante il Cairo veda con sospetto il progetto dell’IMEC che potrebbe sostituire in parte la tradizionale rotta attraverso Suez per cui l’Egitto guadagna proventi che pesano per il 2% del suo Pil, questo potrebbe rappresentare un percorso alternativo a quello via Giordania e Israele. In questo modo, però, si cancellerebbe la vera ragione politico-strategica di lungo periodo dell’IMEC: un avvicinamento politico, in chiave anti-iraniana, tra i Paesi arabi sunniti (Arabia Saudita in testa) e lo Stato ebraico. Lo stato delle cose, per dirla come Dante Alighieri, è “come color che son sospesi”.
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