Granchio blu, emergenza finita?

Nella foto: Una pastasciutta condita con la sua polpa e pomodori.
Divoratore di cozze, distruttore di vongole, assassino seriale di infinite specie di avannotti nostrali: il granchio blu è stato per l’intera estate il protagonista dell’allarme rosso specie in Adriatico, ma poi anche sul basso Tirreno. Tanto che certi allevamenti di cozze hanno chiesto una campagna di sovvenzioni pubbliche per non chiudere.
Da qualche tempo però sembra che l’allarme si sia attenuato, se non rientrato. Perché? Perché secondo i pescatori, il granchio blu è impattato in una specie che a sua volta ne mangia a quintali, avendo imparato a gustarli. La specie è quella umana, che su imitazione di quanto da anni succede in altri continenti – in nord America stanno anche sviluppando allevamenti perché ne considerano le carni a livello dell’aragosta – ha messo in tavola ricette con alla base il granchio, sia “fresco” che in scatola.
Basta andare su internet e ci sono decine di ricette per gustare le carni di questo crostaceo, il cui nome scientifico (sapidus) la dice già lunga dai tempi storici. Del resto anche i grossi granchi nostrali (in Toscana si chiamano favolli) sono da sempre utilizzati per condire la pastasciutta o per farne delicate frittelle. Il granchio blu si trova ormai in molte pescherie e alcuni rinomati marchi di scatolame ne stanno proponendo il consumo a costi abbordabili. Dunque qualche volta la natura si difende da sola: e l’intera enti dell’uomo non è soltanto negativo.