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Perché il Dragone fa paura

BRUXELLES – Quando si parla di Cina, oggi specialmente che siamo in crisi per le guerre, il terrorismo e l’economia traballante, il mondo imprenditoriale, italiano, europeo e mondiale fatalmente si divide. Da una parte c’è chi considera il gigante asiatico come un grande mercato di sbocco per le nostre merci (quindi un’opportunità) mentre dall’altra chi lo vede come una minaccia costante per l’economia dei paesi dove esporta, Europa in primo piano.

Da qui la domanda: perché la Cina fa paura? Una risposta l’ha data il Parlamento Europeo il 12 maggio 2016 e sembra che sia ancora considerata valida: “la Cina non è un’economia di mercato”.

A questa importante dichiarazione – riferiva a suo tempo la Comunità Europea – si è arrivati dopo anni di discussioni che negli ultimi mesi erano diventate ancora più frequenti ed appassionate. La conferma di come il dibattito sia stato ampio e seguito in ogni paese dell’unione in modo trasversale da tutte le componenti politiche arriva dalla maggioranza del Parlamento Europeo con cui è stata approvata la risoluzione: 546 voti favorevoli, 28 contrari e 77 astenuti. Tra i paesi scettici rientrano Germania e Gran Bretagna mentre tra i più favorevoli ci sono Italia e Francia. Ora la palla passa alla Commissione Europea che dovrà pronunciarsi entro l’11 dicembre di quest’anno. Per arrivare a questo importante passo del Parlamento Europeo si sono mossi praticamente tutti facendo “lobbing” sui deputati europei; dalle associazioni industriali, ai sindacati dei lavoratori che hanno fatto presente le pesanti ricadute negative in termini economici, sociali, ambientali.

La prima conseguenza riguarda i dazi sulle importazioni cinesi che restano in vigore. Perché?

Per dare una risposta concreta bisogna risalire al 2001 quando la Cina, dopo lunghi anni di negoziati, ottenne di entrare nella WTO (World Trade Organizzation detta anche OMC- Associazione Mondiale del Commercio) di cui fanno parte oltre 160 paesi che rappresentano oltre il 90% del commercio mondiale di beni e servizi. Lo scopo principale della WTO è quello di abolire (o ridurre) le barriere al commercio internazionale. Questo a condizione che l’economia dei paesi membri sia un’economia di mercato: MES (market economy status). E questo è il punto. Per la Cina questo riconoscimento da parte della UE-Unione Europea- deve arrivare entro i 15 anni di entrata della Cina nella WTO ovvero entro dicembre di quest’anno. Si capisce perciò l’importanza del pronunciamento del Parlamento Europeo. Per la UE, perché si possa parlare di economia di mercato, bisogna che vengano rispettati 5 punti:

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• Non ci devono essere interferenze statali nelle decisioni aziendali in materia di prezzi, costi e fattori produttivi;

• Le imprese devono essere sottoposte a revisione contabile indipendente e seguire criteri di contabilità internazionali;

• I costi di produzione e la situazione finanziaria delle aziende non devono essere soggette a distorsioni particolari (con interventi statali diretti o indiretti) come le svalutazioni degli attivi e dei pagamenti con la compensazione dei debiti;

• Lo Stato deve garantire la certezza del diritto specie in materia fallimentare e di proprietà delle imprese;

• Lo Stato deve garantire la liberazione dei tassi di cambio.

Nelle sue motivazioni addotte per non riconoscere il MES alla Cina, il Parlamento Europeo ha chiaramente detto che al momento non sono stati soddisfatti i 5 criteri UE.

Va detto che oggi il MES alla Cina non è stato riconosciuto tra gli altri né dall’America né dal Giappone né dall’India e nemmeno dal Messico. Le ragioni sono sempre le stesse ed hanno a che fare con una parola che negli ultimi anni è stata usata ed abusata in tutto il mondo: DUMPING.

L’accusa principale che gran parte del mondo rivolge a Pechino è di fare dumping su una grande quantità di prodotti made in China. È risaputo che la Cina sia la seconda economia del pianeta, ormai quasi pari all’America. Per alcuni economisti potrebbe esserci addirittura il sorpasso in atto. Da questo derivano alcuni “primati” che sono all’origine dei contrasti tra la Cina e il resto del mondo. La Cina è il primo consumatore al mondo di materie prime e di conseguenza ne è anche il primo importatore. È il primo esportatore di prodotti finiti e/o semilavorati e per questo è stata spesso definita “la fabbrica del mondo”.

Quando si parla di Cina, o meglio dei prodotti esportati dalla Cina e, di conseguenza, importati in Europa, America, Giappone, India e così via, si parla sempre di prezzi bassi ovvero di dumping. E qui è il vero nodo dell’intero problema. 

(A.F.)

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Pubblicato il
3 Aprile 2024

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