Tempo per la lettura: 4 minuti

Se il mare si merita un Ministero

Luigi Merlo

LIVORNO – Questo che leggete dovrebbe essere il resoconto della serata di lunedì al Propeller livornese sul libro/proposta di Luigi Merlo per una riforma puntuale che riformi davvero: e che propone, sulle linee delle promesse dell’attuale governo, un Ministero del mare finalmente centrato sul tema, mettendo insieme le innumerevoli competenze che sono distribuite oggi, qualche volta con criteri del cavolo, tra vari ministeri.

Ho premesso che ”dovrebbe”: perché in realtà, con qualche giorno di riflessione, non posso fare a meno di una conclusione, di solito messa in fondo ai bla-bla-bla. La conclusione è che le fatiche di Sisifo erano un gioco rispetto a quello che il governo (un governo) dovrebbe fare per accorpare in un unico Ministero del mare tutte le competenze relative, oggi distribuite (lo ha ricordato dal lato del pubblico il marittime consultant Angelo Roma) tra ben 11 dicasteri. Perché missione quasi impossibile? Perché gli intrecci sono complessi: e perché ogni Ministero è aggrappato con le unghie e i denti ai propri poteri, tanto che a volte – parecchie volte – i processi si fermano non per difficoltà reali ma per i conflitti di competenza tra uffici. Abbiamo a che fare con uomini spesso sconosciuti, spesso di seconda linea, ma che esercitano nei fatti un potere immenso. Mollerebbero facilmente? Molleranno?

* * *

Nella foto: Il dottor Merlo con l’ammiraglio Ribuffo.

Luigi Merlo, nel presentare il suo libro “Rivoluzionare la politica marittima italiana” ha usato a ragione una parola forte: rivoluzionare. Luigi non è uno di primissimo pelo, né uno che non conosce i meccanismi reali. Oggi è il titolare dei rapporti istituzionali per l’Italia del colosso MSC e presidente di Federlogistica: non poco. Ma ha mangiato pane e porti fin da ragazzo: come politico, come presidente dell’AdSP di Genova, come esperto, come assessore regionale, come presidente di Assoporti, come giornalista pubblicista, come analista. E dovrei aggiungere altro. È diplomatico quanto basta, ma si fa capire. La sua tesi è limpida. L’Italia è il suo mare, sia sul piano culturale che economico, logistico, anche politico: le guerre interne tra poteri frammentati sono una yattura, il governo deve accettare la sfida. Diplomatico, ma concreto. L’attesa riforma deve correggere le storture della prima, che pure non era male, e i tentativi falliti della riformina del 2016/7.

[hidepost]

Altrettanto concreto, ma tutt’altro che diplomatico invece Federico Barbera. Anche Federico non è di primo pelo, anzi. Da quando era un giovane rampante (ebbe anche brevi velleità culinarie) ha scalato cariche locali e nazionali con il ritmo di una mitragliatrice: Interporto Vespucci, terminal TCO, Piombino terminal, presidente nazionale Fise-Uniport…mi fermo, perché torno sulla diplomazia. Federico è un sanguigno, da una vita come imprenditore ha mangiato tanto fiele – si è capito bene – proprio per le quotidiane e spesso stupide lotte con la burocrazia, con i burocrati, con le norme fatte male e qualche volta male interpretate. L’altra sera ha vuotato il sacco, sparando sul volgo e sull’inclita. In sintesi: portualità e logistica potrebbero essere gioielli, se invece di una riforma “tradita” ci fossero norme chiare, unito d’intenti e valorizzazione delle potenzialità. Pagare nei porti chi lavora e solo quando lavora, e non scaricare sulle imprese gli aumenti del carovita. Ministero del mare? Più delle etichette, contano sostanza e volontà di fare e di lasciar fare il bene del lavoro.

* * *

Nella foto: Il tavolo del Propeller con (da sinistra) Barbera, Merlo e la presidente Gloria Giani.

Gli interventi di Luciano Guerrieri, presidente dell’AdSP, del suo segretario generale avvocato Matteo Paroli, del sindaco di Livorno Luca Salvetti, dell’assessore comunale ai porti Barbara Bonciani, hanno esposto i punti di vista delle autorità che su questo marasma di leggi, leggine, non leggi e contenziosi devono fare quotidianamente la lotta. Tutti d’accordo sulla necessità di una riforma che tenga presente anche i cambiamenti tecnologici avvenuti dal ’94 (anno della riforma: Guerrieri ha ricordato che le gru dei container in porto hanno come media 30 anni, anche se quelle di Lorenzini in realtà sono molto piacere attuali), che supporti i temi climatici, che faccia entrare le imprese nei comitati portuali, oggi troppo rigidamente “pubblicisti” e sindacalizzati.  C’è tanto da fare, tantissimo: l’avvocato Luca Brandimarte, giovane testa d’uovo del Propeller e di Assarmatori, ha tirato conclusioni che voglio sperare elaborerà anche in un intervento su queste colonne. Sarà importante, anche perché l’analisi e gli impegni dei giovani sono determinanti specie per domani. Già da domani mattina.

Antonio Fulvi

[/hidepost]

Pubblicato il
27 Gennaio 2024

Potrebbe interessarti

La quiete dopo la tempesta

Qualcuno se lo sta chiedendo: dopo la tempestosa tempesta scatenata a Livorno dall’utilizzo del Tdt per le auto di Grimaldi, da qualche tempo tutto tace: sul terminal sbarcano migliaia di auto, la joint-venture tra...

Leggi ancora

Se rullano tamburi di guerra

Facciamo così: se avete voglia di ripassare con me un po’ di pillole di storia, che possono insegnarci qualcosa sull’attuale preoccupante rullo di tamburi di guerra, provo a pescare nella memoria.   Le spese per rinforzare...

Leggi ancora