Affondiamo tutto se demolire costa troppo…
LIVORNO – Può darsi che non sia il problema principale dello shipping in Italia, quello dei vecchi rottami navali che ingombrano i porti. Ma un problema lo è certo, visto che anche nella legge finanziaria 2021 (capitolo 728) lo Stato se n’è occupato. Peccato che ad oggi l’impegno sia stato, come in troppi altri casi, una “grida manzoniana”, ovvero una bella promessa durata l’espace d’un matin. In sostanza: erano previsti contributi per demolire in Italia, annullando o quasi la convenienza per gli armatori di mandare le vecchie navi a demolire in Turchia (per non parlare dei metodi trogloditici del Bangladesh dove le navi vengono smontate a morsi sulle spiagge). Ma al momento, è tutto fermo.
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Eppure il problema è noto e le buone intenzioni si sono sprecate, fin dalla convenzione internazionale di Hong Kong del 2009 (!), seguita dal regolamento europeo del 2013 recepito all’Italia alla fine del 2018. È stato creato un albo europei dei demolitori navali cui sono iscritti 20 cantieri: e già qui casca l’asino perché in Italia i Ministeri competenti hanno completato le pratiche autorizzative per un solo gruppo, San Giorgio del Porto di Genova. Possiamo demolire una briciola rispetto alla potenzialità europea di 215 mila tonnellate/anno: che è a sua volta una briciola di quanto andrebbe demolito in campo mondiale.
Perché solo un cantiere italiano è autorizzato ad oggi? Perché per ottenere il placet in Italia le pratiche sono infinite, passano dall’incrocio di competenza di almeno due ministeri, ci mettono bocca le regioni, che a loro volta innescano controlli preventivi lunghi e lenti.
Intanto i porti abbondano di relitti: banchine di fatto bloccate, specchi acquei condizionali, spesso ostacoli anche all’evoluzione interna dei bacini commerciali. Si parla di almeno 200 “relitti” solo per quanto riguarda le navi, ma ce ne sono molti di più di scafi minori che ingombrano (e inquinano) altrettanto.
Perché questa situazione? L’abbiamo già spiegato nei numero scorsi: demolire in Italia costa molto di più che in Turchia, dove infatti manda le proprie vecchie navi anche la nostra Marina Militare. Alcune vecchie carrette non meritano nemmeno il viaggio in Turchia, malgrado il costo del rottame ferroso sia molto aumentato. Si aspetta dunque che l’Italia renda esecutivo quanti previsto dalla legge di bilancio 2021 con lo stanziamento triennale per parificare i costi turchi. Altrimenti, c’è chi propone di tornare ai vecchi metodi: affondare i relitti in alto mare, che almeno servano da nursery per i pesci. Siamo a questo punto davvero?
A.F.
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