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La risorsa Belt&Road

Riccardo Fuochi

La Nuova via della Seta: lo stato dell’arte fra opportunità e rischi, ma anche le occasioni per le aziende italiane che sapranno coglierle. Parliamo di tutto questo con Riccardo Fuochi, uno fra i massimi esperti italiani sul tema. Fuochi opera come imprenditore nel settore della logistica nei mercati asiatici e fra le numerose cariche ha quella di presidente del Propeller di Milano e di vicepresidente nazionale del Club oltreché quella di presidente di Italy – Hong Kong Business Association. 

Presidente, l’Italia nell’ultima visita di Xi Jinping a Roma ha firmato delle intese con la Cina; cosa ne pensa?

È un fatto decisamente positivo. Al momento la firma riguarda una linea guida non impegnativa – gli accordi da sottoscrivere verranno più avanti – che ci consente di entrare nel meccanismo della Via della Seta e di far partecipare le nostre imprese in quei contesti in cui si finanziano opere e infrastrutture; dunque di essere inseriti in contesti informativi di altissimo livello.

L’iniziativa cinese coinvolge ormai 85 paesi, ha una progettualità aperta e prevede la realizzazione di una connettività logistica ma anche infrastrutturale realizzando alcuni corridoi. È noto che ad oggi ne sono stati individuati sei stradali ed uno marittimo.  È stata individuata un’area geografica, composta da diversi paesi, cui necessita lo sviluppo di infrastrutture per quel piano di collegamenti che, partendo dalla Cina, arriva in Europa per estendersi poi verso l’Africa. Tutta questa area sta rispondendo in maniera estremamente positiva alla possibilità di ricevere gli investimenti, dai cinesi in primis, ma anche da tutto il mondo, per realizzare le infrastrutture. Si è dunque messo in moto a livello mondiale un meccanismo economico che di per sé attrae l’attenzione dei capitali, che in queste aree vedono grandi possibilità di investimenti.

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Come spiega il poco entusiasmo degli altri paesi europei nel sottoscrivere intese?

C’è una certa riluttanza per questioni ovviamente geopolitiche, ma esiste anche il tema della reciprocità. Aziende cinesi hanno possibilità in Europa, come in realtà nel resto del mondo, che le aziende europee non hanno in Cina: questo è un argomento in discussione assolutamente aperto sul quale si dovrà insistere.

E’ anche vero che paesi i quali non hanno sottoscritto intese, come la Francia e la Germania, pur rimanendo politicamente un po’ distaccati, stanno ugualmente facendo dei business importanti con la Cina.

La reciprocità: riusciremo secondo lei a tutelare le aziende e l’economia italiana?

Dipende tutto da noi. Le nostre aziende storiche sono andate tutte ai cinesi, dalla Pirelli a molte altre, e la cosa non ha preoccupato nessuno; al contrario. Dobbiamo decidere in quali opere coinvolgere la Cina e quale spazio di azione consentirle. In realtà è l’Europa che deve impostare il rapporto come interlocutore unico per raggiungere un accordo che coinvolga tutti i suoi stati membri. Se non lo fa l’Europa ritengo sia giusto che ogni Stato valuti i propri interessi diretti.

Quali esiti si prefigurano con la guerra commerciale cinese-americana?

Gli Stati Uniti guardano ai loro interessi e sui dazi stanno negoziando e cercano comunque un accordo. Nello stesso tempo la Cina, con la sua produzione, non trova lo spazio necessario in America e si muove verso altri mercati con il risultato che questa “guerra”, se da una parte sta comprimendo il mercato americano, dall’altra permette di allargare la sfera di influenza cinese verso ulteriori aree.

La questione prettamente politica che si gioca dietro al lato economico è di difficile interpretazione e lascio agli esperti capire il significato di azioni come la base navale a Gibuti, il controllo di determinate rotte e il posizionamento strategico di società cinesi in alcuni punti chiave. Ma dal punto di vista economico la Belt and Road è una grande opportunità.

Come possiamo cogliere le opportunità della B&R in Italia?

Per  il trasporto marittimo la Via della Seta è interessata ai due maggiori porti italiani: Genova e Trieste. Geograficamente questi sono collegati al centro di due grandi aree di riferimento e l’interesse dei cinesi, ma anche nostro, è che alla parte prettamente portuale venga collegata una parte logistica. Occorrono quindi luoghi in cui i container arrivano, la merce viene smistata e facilmente redistribuita: da Genova verso la parte occidentale, e da Trieste – già ben collegata con servizi ferroviari – verso il centro Europa. L’integrazione fra porto e attività logistiche destinate ad una distribuzione a livello europeo dei prodotti diventerebbe così il vero valore aggiunto.

Cosa non riusciamo ad ipotizzare ed invece possiamo aspettarci nel prossimo futuro?

All’interno di questa iniziativa c’è davvero molto di più dei soli aspetti logistici: realizzare ponti, città, connettività a livello informatico, scambi commerciali e free zone permetterà la creazione di aree di vero libero scambio, come ad esempio a Khorgos in Kazakhistan – lo snodo ferroviario tra Cina e Asia Centrale – che si sta ampliando ed è destinata a diventare la nuova Dubai. Dal nulla crescerà e diventerà un’area, ma innanzi tutto una zona di vero libero scambio con tutto quello che ne consegue. Le ferrovie che collegano adesso Cina con Europa saranno integrate da una serie di linee regionali e le merci europee o italiane potranno finalmente raggiungere paesi lontanissimi grazie ad una riduzione dei costi di trasporto. Avremo quindi la possibilità di ampliare i nostri mercati a prescindere dalla Cina. Lo sviluppo del Kazakhistan e della rete di linee ferroviarie darà la possibilità di mandare le merci italiane in Uzbekistan molto più velocemente, in pochi giorni; e questa è una possibilità importantissima per le nostre aziende. Va dunque guardato tutto il contesto: non mi limiterei a soffermarci soltanto su Cina, Italia, servizio ferroviario o portualità.

Qual è la prospettiva temporale?

Per le nostre aziende alcuni obiettivi possono già essere raggiunti: nel sito Honk Kong Trade Devolpment Council c’è una sessione destinata alla B&R con l’elenco di tutti i progetti che da tutto il mondo vengono sottoposti all’attenzione di investitori. E’ dunque una vetrina nella quale andare ad inserire progetti di ogni tipo e dimensione. Viceversa, chi vuole proporre degli investimenti può trovare un elenco di progetti concreti che sono stati proposti all’attenzione degli investitori. Gli investitori sono già al lavoro finanziando opere. È importante perciò muoversi in tempo, mandare delle delegazione di imprenditori in questi paesi, prendere contatti, capire quali sono i progetti già varati ed in corso di radicazione e capire come proporre le nostre aziende come fornitori o di servizi o di beni. Non possiamo star qui ad aspettare.

Come presidente Propeller di Milano e vicepresidente nazionale, quali azioni sta portando avanti in questo senso?

Come Propeller stiamo approfondendo moltissimo questo tema e personalmente mi sto concentrando sugli aspetti che sono all’interno della B&R. Parteciperò ad un summit a Danzica il 14-15 maggio sulla Rail-Connection, vista soprattutto in funzione dei corridoi cinesi e al rapporto ferroviario con la Cina. Purtroppo non riuscirò ad andare al primo Port Shipping Summit dei paesi del Mar Caspio essendo l’evento in contemporanea a quello di Danzica, ma ritengo sia importante capire cosa sta succedendo in Mongolia, in Uzbekistan, in Kazakhistan ed in generale in un’area che rappresenta 500 milioni di persone, dunque un mercato immenso assolutamente approcciabile dalle nostre aziende e che ha la disponibilità a dialogare anche con paesi diversi dalla Cina – che rimarrà sempre l’interlocutore principale – per sviluppare con loro tutta una serie di nuove attività. Quindi, come Propeller, ma anche come presidente dell’associazione Italia-Hong Kong, l’attenzione è appunto rivolta a far emergere gli altri contenuti della Belt&Road che non riguardino soltanto la portualità.

Cinzia Garofoli

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Pubblicato il
11 Maggio 2019

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