Ma sul “fare” prevale ancora il “non fare”?
ROMA – Assoporti cambia timoniere, ma difficile che cambi le sue critiche, espresse in questi giorni in più sedi, su quello che il decreto “del fare” di fatto non consente di fare.
[hidepost]Si parte dalla mancata autonomia finanziaria, croce e delizia da anni di ogni tentativo – ad oggi fallito – di schiodarsi dalle varie spending review e dai “niet” dei ministeri finanziari. Il decreto del fare, dicono in Assoporti, su questo punto è quasi offensivo: ha aumentato la quota di investimenti sui porti da 70 a 90 milioni, ma per tutti i porti insieme. Briciole, altro che autonomia finanziaria.
Ma il vero fallimento del “fare” è la dichiarata semplificazione delle procedure dei dragaggi. Intanto mancano i dettagli di questa semplificazione, affidati a successivi decreti (che chissà quando arriveranno). Poi i dragaggi e la loro semplificazione non sono coperti da interventi economici, specialmente “spalmabili” in più esercizi, il che di fatto rende pressoché inapplicabile la norma. Si torna alla bocciatura dell’autonomia finanziaria e al fatto che i porti stanno diventando una casbah dove chi ha santi in paradiso – amicizie al governo, potentati regionali, sostegni politici – riesce ad ottenere finanziamenti per vie traverse che altri porti altrettanto meritevoli si sognano. Non per niente Pasqualino Monti, prossimo presidente di Assoporti, ha ricordato la settimana scorsa a Civitavecchia che dai porti entrano 13 miliardi di euro all’anno nel bilancio dello Stato: possibile che continui questa miopia masochista dei governi italiani della lesina sui porti, quando paesi che sono più in crisi di noi, come la Spagna stessa, investono pesantemente sui propri scali e ci portano via il futuro?
A.F.
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