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L’economia livornese nel 2012 tante ombre e luci solo all’export

In caduta libera la produzione, il numero delle aziende e i consumi – Si esportano quasi unicamente petroliferi raffinati ma che fanno poca crescita – Commerci ed edilizia ai minimi storici

Roberto Nardi

LIVORNO – L’economia nazionale è in stallo e le previsioni per il 2013 non sembrano ipotizzare un netto cambio delle cose. Per quanto riguarda la provincia livornese, una indagine del centro studi della locale Camera di Commercio, sia pure ferma in molti casi ai primi tre mesi del 2012, conferma che l’economia è ancora saldamente in mezzo al guado; e che purtroppo non c’è da illudersi perché tutti i principali indicatori economici sulla realtà provinciale sono in costante peggioramento. Secondo il presidente camerale Roberto Nardi siamo ormai arrivato al punto che imprese e famiglie stanno raschiando il fondo della pentola, attingendo alle risorse (poche o tante che qualcuno è riuscito a salvare) del passato più felice. Quando anche quel po’ di grasso che c’è rimasto finirà – e finirà presto – sarà veramente dura come non mai.
[hidepost]L’indagine del Centro Studi della Camera di Commercio fotografa, sul piano statistico, l’economia della provincia suddivisa in vari capitoli: demografia d’impresa, società di capitali, settori economici, mercato del lavoro, pensioni, previsioni sul prossimo futuro. Alcune cifre hanno bisogno, come ha spiegato lo stesso Nardi, di un’interpretazione: dove per esempio la demografia delle imprese segna un +0,5% al 31 dicembre 2012 (cioè una crescita del numero delle imprese) di fatto è pura statistica perché si tratta di un saldo tra imprese con numerosi addetti che hanno chiuso e piccole o piccolissime imprese (dovute spesso al tentativo di chi ci lavorava di mettersi in proprio) nate dalle loro ceneri. Nella sostanza: la qualità delle nuove imprese è in genere molto inferiore. Ovvero, saldo negativo anche qui.

(clicca per ingrandire)

Primo capitolo, la demografia delle imprese. Il grafico, che parte del 2007, si mantiene praticamente piatto fino all’inizio del 2010, poi cresce da un minimo di 32 mila a un massimo di 32 mila 800 imprese esistenti nel terzo trimestre del 2011 cadendo poi a 32.400 alla fine dell’anno scorso. Piccoli numeri nelle oscillazioni; ma dice più l’indice delle cessazioni che nel 2012 con 165 imprese morte ha toccato il punto peggiore degli ultimi cinque anni. Paragonato agli indici di Toscana e nazionale, quello della mortalità d’impresa a Livorno è cresciuto dal 6,08 al 7,14 per cento, nettamente superiore a quello della Toscana (6,41%) e della media nazionale (5,97%).
Una “torta” statistica indica che l’area livornese da sola vale il 45,8% delle imprese attive, contro il 23,9% della val di Cecina, il 18% della val di Cornia e il 12,3% dell’arcipelago. Livornesi più “imprenditoriali” che la provincia? Da ridimensionare l’idea, visto che l’area livornese ha il 60% e oltre della popolazione, quindi le imprese dovrebbero essere – a parità di spirito imprenditoriale – il 60% e non il 45,8%. Anche le variazioni tendenziali delle imprese attive, viste per settore, denotano un quasi generale calo: peggio di tutte le imprese di costruzioni (-3%) poi il manifatturiero (-2%) quindi il commercio (-1,2%). Agricoltura e pesca sono in controtendenza ma solo perché sono stabili (0%) e con numeri modesti. Alloggio e ristorazione viaggiano sulla parte alta dell’ascissa, ma passano in due anni dal +2% a uno scarso +1%.
Le società di capitali sembrano aver recuperato ricavi e valore aggiunto dopo una perdita verticale nel 2009 ma è solo un’illusione “ottica”: di fatto la loro redditività è scesa ai minimi storici, intorno allo 0,50%.
Da piangere anche sul manifatturiero: nei primi tre trimestri del 2012 la produzione è scesa del 9,8%, il fatturato dell’11%, gli ordini interni dell’11,6%, l’occupazione dello 0,1%. Il grado di utilizzo degli impianti è sceso al 70,7%: sono cresciuti solo gli ordini estero (+7,5%) ma con un fatturato pressoché fermo (+0,02%). Il peggio viene nel terzo trimestre dove la caduta è netta: il fatturato scende ancora dell’11,5% e il grado di occupazione degli impianti cala al 64,6%.
Per l’artigianato è lo stesso buia. Manifatture: -0,4% di crescita. Edilizia: -1,4%. Servizi: o,8%. Consoliamoci solo perché stiamo leggermente meglio delle medie sia nazionale (-0,8%) che toscana (-1,0%). Fatturato e addetti nell’artigianato sono calati rispettivamente del 17,8% e del 4,8%. Peggio di noi solo Grosseto (-20,3% del fatturato),
Profondo rosso per il commercio al dettaglio: -7,8%, peggio della media toscana (-7,4%). L’export manifatturiero regge solo sui prodotti petroliferi e il coke (+55,9% nel semestre). L’Europa continua ad essere il nostro principale mercato sia d’export (53%) sia d’import (39,1%) anche se l’Asia sta rimontando nell’import negli ultimi mesi (52,3%).
Il mercato del lavoro piange, ovviamente: gli iscritti alle liste di disoccupazione sono il 21,24% della popolazione nelle isole, il 13,44% nella val di Cecina, il 12,92% nell’area livornese, il 12,77% nella val di Cornia. Con una postilla: Nardi ricorda che l’alto indice delle isole è legato anche allo speciale mercato del lavoro del turismo, che favorisce l’impiego stagionale e la successiva iscrizione per i sussidi.
Ultimi due dati: il potere d’acquisto delle famiglie è al minimo storico (13.500 euro/anno di media) ancora al di sotto del reddito medio, ma con chiara erosione dei risparmi. La spesa per i consumi è compressa al massimo. Verrebbe da aggiungere: la fiducia lo stesso, anche per la situazione politica che già alla fine dell’anno scorso dava adito a poche speranze di una veloce e significativa ripresa economica. E quel che è peggio, queste ultime considerazioni sembrano accomunare gran parte degli italiani.

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Pubblicato il
9 Febbraio 2013

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