Tassa sulle barche, quasi un caos
Cancellate le riduzioni per anzianità delle imbarcazioni, rimane un meccanismo complicato e difficile da applicare che imporrà improponibili verifiche quotidiane da parte di Finanza e Guardia Costiera – Le proteste dell’assemblea di UCINa
GENOVA – Si sapeva che la stangata avrebbe colpito la nautica e tutta la sua filiera. Si sapeva anche che – come ha ribadito l’UCINa la settimana scorsa nella sua assemblea straordinaria di venerdì 16 – sono state calcolate ricadute sconvolgenti: da 40 a 50 milioni di euro di perdite nell’intero comparto (considerando anche cantieristica, porti turistici, indotto alberghiero, consumi vari) per le regioni più “nautiche”, cioè Liguria e Toscana, cifre variabili tra i 15 e i 30 milioni per le altre regioni affacciate sul mare. Poiché la tassa di stazionamento secondo il governo Monti dovrà rendere circa 250/300 milioni all’anno – valutazione ragionieristica, calcolata come se tutte le barche immatricolate stessero in acqua almeno 6 mesi e nessuna scappasse via all’estero – il conto è presto fatto: sarà una voragine per l’economia italiana e per il conto fiscale.
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Nell’assemblea di venerdì, il presidente di UCINa Anton Francesco Albertoni ha cercato di essere positivo, dicendosi ancora convinto che potranno esserci aggiustamenti prima che la tassa scatti davvero: l’entrata in vigore è prevista dal 1º maggio 2012. In particolare, accettato il principio etico che “anche noi dobbiamo e vogliamo contribuire al risanamento dell’Italia con una parte di sacrifici”, l’UCINa ha chiesto che venga reintrodotto il coefficiente di vetustà delle barche – presente nella prima stesura del decreto e poi cancellato – che riconoscerebbe il valore culturale e storico di migliaia di vecchie e vecchissime barche tenute in vita spesso con notevole sacrificio dei loro armatori.
Senza coefficiente di vetustà, così com’è ad oggi la norma – salvo modifiche all’ultima ora – si dovrà pagare per ogni giorno che l’imbarcazione è in acqua, sia essa in navigazione che in porto. Gli importi sono ridotti del 50% per le imbarcazioni a vela. Finché le imbarcazioni sono rimessate, cioè sono in terra (sia nelle aree di rimessaggio dei porti, sia in aree private) la tassa non è dovuta. Ovviamente non è dovuta nemmeno se si naviga o si sosta in acque internazionali o straniere. Ed è per questo che si è già verificata una “fuga” delle barche più grandi verso la Corsica (sul Tirreno) e verso le coste dalmate e dell’Albania in Adriatico.
Quanto si paga giornalmente? Sono circolate numerose tabelle, spesso diverse sulla base delle indiscrezioni poi rivelatesi superate (come quelle che tenevano di conto i coefficienti di vetustà). La tabella allegata a questo pezzo dovrebbe dare i valori definitivi per le imbarcazioni a motore; valori che vanno ridotti del 50% se l’imbarcazione è invece a vela.
Va ricordato che la lunghezza è quella fuori tutto che risulta dall’immatricolazione, e che la tassa è dovuta anche dagli utilizzatori di imbarcazioni in leasing e di barche di bandiera straniera che navigano o sostano in acque italiane. L’omesso pagamento comporta una sanzione che varia dal 200 al 300 per cento della tassa evasa, più quest’ultima.
Altro punto delicato, sul quale si stanno già sviluppando polemiche e avanzando dubbi, è quello dei controlli. Se è relativamente facile controllare le barche all’ormeggio nei porti – ma ci dovrà essere un superlavoro dei corpi addetti alle verifiche, Finanza e Guardia Costiera, che per essere efficaci dovranno giornalmente registrare le presenze – sarà difficile ed aleatorio pretendere controlli altrettanto puntuali in mare.
Il che lascia prevedere che chi naviga in altura – specie i velieri che hanno una autonomia assai superiore ai mezzi a motore – potrà “scappare” per giorni e giorni, se non per settimane, al pagamento. Senza considerare quelli che se ne andranno più o meno definitivamente in acque non nazionali, per rientrare poi a fine stagione ai rimessaggi e pagare al massimo il giorno o due necessari per arrivare in acque nazionali, ormeggiare in porto ed essere tirati in secco.
Insomma, più che una tassa giornaliera appare un ennesimo pasticcio, frutto più di un calcolo ragionieristico teorico che di uno studio competente sulle abitudini e sulla “tracciabilità” del mondo nautico. Una (brutta) montagna che ha partorito un (bruttissimo) topolino. Davvero ne vale la pena?
A.F.
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