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Troppi incidenti in mare, ma niente isterismi punitivi

Il vero problema è che manca nel Paese una vera “cultura del mare”

ROMA – Adesso strillano tutti, che la strage di quest’estate in mare tra diportisti – e come sovrappiù l’incredibile speronamento da parte di un feeder di un peschereccio con due marittimi morti – richiede provvedimenti legislativi urgenti, scelte draconiane, barca-velox ovunque; e chi più ne ha (di cazzate da dire) più ne metta.

Prima di proseguire vorrei spiegarvi il disegno qui a fianco: è un ex-voto del santuario di Montenero, dedicato ai naviganti, e riferisce di un abbordo tra un motoscafo e una barchetta all’interno del porto di Livorno. Nessun morto, e quindi l’ex voto di ringraziamento alla Madonna: il dettaglio significativo è che si parla dei primi del novecento. Dunque, ci si sperona da sempre.

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Il vero problema è che anche quest’estate gli incidenti tra barche ci sono stati, praticamente nella media degli anni passati, che i morti in mare sono aumentati – ma ci ha messo di suo il tempo inclemente del luglio e della prima metà d’agosto – e che l’affondamento del peschereccio è un caso drammatico e deprecabile, ma purtroppo tutt’altro che raro anche in passato: e invece si tende a drammatizzare ogni evento, dando spazio a chi crede di risolvere secoli di “incultura” del mare con una nuova legge, magari con nuovi balzelli, o peggio con grida manzoniane che come tante altre ad oggi rimangono lettera morta appena è passata “a nuttata”.

Pochi ad esempio ricordano, per citare l’incultura marinara del paese, che nel decreto legislativo 18 luglio 2005 n. 171, meglio conosciuto come Codice della nautica da diporto, il titolo IV è dedicato all’educazione marinara. E’ composto da poche righe – e già questo la dice lunga sulla scarsa attenzione dedicata al tema dal legislatore: peraltro almeno queste poche righe ci sono – riunite nell’articolo 52. Sapete che dicono?

“Il ministero dell’Istruzione, nell’Università e della Ricerca – citiamo letteralmente il testo – nel rispetto delle prerogative costituzionali delle Regioni, può inserire nell’ambito dei piani formativi scolastici di ogni ordine e grado, senza nuovi oneri per la finanza pubblica, l’insegnamento della cultura nautica, anche attraverso l’attivazione di specifici corsi. A tal fine il ministero delle Infrastrutture e Trasporti collabora alla definizione di specifici progetti formativi, avvalendosi della Lega Navale Italiana, della Federazione Italiana della Vela, delle amministrazioni locali interessate, nonché attraverso gli istituti tecnici nautici”.

Fin qui il testo. Inutile commentare quanto di poco sia stato fatto in questi sette anni – dal 2005 ad oggi – per mettere in pratica almeno un abbozzo delle disposizioni qui contenute. Eppure è proprio la cultura nautica carente alla base dei troppi incidenti per mare di questa e delle precedenti estati. Come si fa a sperare che un cittadino qualsiasi, che ha preso la patente nautica anche studiando e frequentando seriamente – siamo già nell’eccezione – ma che va per mare al massimo 20 giorni all’anno, possa davvero avere la scienza e la conoscenza per comportamenti da lupo di mare, che non nuocciano a se e agli altri? E come si può sperare che lo stesso cittadino, il quale considera spesso la sua barca una specie di villetta sull’acqua, dopo un bel pasto in pozzetto sotto il tendalino rifiuti anche il mezzo bicchiere di vinello gelato che la compagna o l’ospite gli offre? Aggiungiamoci pure che i controlli in mare sono, fatalmente, molto più rari di quelli svolti sulle strade (di li le auto devono passare: le barche sciamano ovunque), ma è il meno. Quello che manca è la cultura nautica, è l’incapacità di troppi di capire che una barca a motore – o un gommone, o un motoryacht – non è un’automobile anche se ha lo stesso un volante e deve dare la precedenza a destra. E su questo il Paese è arretrato, perché la cultura si fa nelle scuole, nelle famiglie e nei circoli: tre realtà con ben altri problemi oggi ed altre aspirazioni. Ma finché la cultura del mare sarà questa, non buttiamo la croce addosso a chi controlla, e a chi dovrebbe controllare i controllori. Consoliamoci – semmai possa servire – che in mare nel passato morivano molti di più, soltanto per mestiere (e quindi non scegliendo di andarsi a far male per diporto). E che ancora oggi ci si ammazza di più in montagna, sulle piste da sci o a cogliere le stelle alpine. Incoscienti e cretini ce ne sono ovunque. Dunque per favore non diamo la colpa al mare.

A.F.

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Pubblicato il
27 Agosto 2011

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