Quelle paure tra il fare e il non fare
LIVORNO – Non c’è che dire: forse ha ragione l’antico detto secondo cui “chi non fa non falla”. Ovvero: a star fermi e zitti si beccano meno critiche: e anche meno denunce.
Ovviamente stiamo scherzando: ma a vedere i tanti distinguo – se non le accuse anche becere che sono piovute in questi giorni sulla Port Authority e suoi suoi tentativi di far qualcosa di concreto per il porto – qualche dubbio viene. Salvo poi leggere che qualcuno scopre anche l’acqua calda, cioè l’uscita di Livorno dai primi 120 porti containers del mondo, come se fosse colpa dei livornesi che operano nel comparto e non di un crescendo rossiniano dei porti del Far East e delle “new entry” in paesi dove un porto si costruisce in due anni e un dragaggio si fa in tre mesi, non in trent’anni. Eventi mondiali, non certo condizionati dalle scelte locali. E che riguardano i containers: settore trainante ma non certo unico nell’economia del porto. Ma lasciamo stare, forse bisognerebbe dire: calzolaio, non oltre la scarpa…
Lo spunto di queste riflessioni ci viene invece dalla serie di interrogativi, concreti e ragionevoli, che il presidente del Propeller Francesco Ruffini si è posto qui a fianco su un oggetto molto attuale: il piano operativo triennale. E’ abbastanza condivisibile la preoccupazione sulle non scelte (o almeno sui ritardi) relativi all’utilizzo del bacinone di carenaggio, che condizionano lo sviluppo economico di settori davvero in crescita come le riparazioni navali ma anche le crociere e la nautica da diporto.
Solo che forse dobbiamo chiederci: è per colpa di una presunta ignavia della Port Authority che non sa scegliere, o c’entrano di mezzo anche fattori condizionanti esterni? Per esempio: gli interventi della magistratura sempre più eclatanti in campo portuale (non solo sul bacino ma oggi anche sull’acquisto di aree, sui dragaggi, la vasca di colmata eccetera) sono certamente legittimi: ma che effetto possono avere, specie sui funzionari che devono controfirmare scelte e decisioni? “Male non fare, paura non avere”, è stato detto di recente. Ma cos’è il male? E alla fine, non è comprensibile che ci sia sempre di più il timore di assumersi responsabilità di scelte anche in perfetta buona fede, ma che domani potrebbero essere oggetto di distinguo dei magistrati, e quindi innescare inchieste e magari far partire qualche avviso di garanzia?
Non sarà male rifletterci. Perché a volte dietro a incomprensibili ritardi sulle decisioni c’è anche la sensazione di chi lavora di essere poco difesi da un sistema che evidentemente sta mostrando – o da la sensazione di mostrare – in tema di garantismo la corda. E quindi si rischia di trasformare il detto precedente in un assai meno accettabile ma più concreto: “Non fare e paura non avere”. O sbaglio?
Antonio Fulvi